THE RED BLUE LEGEND

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PORTO, IL FUOCO DEI “DRAGOES”.
 

   
E' praticamente elemento comune alla genesi di quasi tutti i club calcistici del mondo l'immagine, suggestiva quanto reale, di un gruppo di appassionati che, dopo aver scoperto di avere in comune una grande passione per il football, si incontrano in un luogo prestabilito e fondano, in modo più o meno ufficiale, un sodalizio sportivo. Un manipolo più o meno numeroso di persone, dunque, dal cui contributo comune nasce una nuova “creatura” capace di durare nei decenni e di scrivere, nella maggior parte dei casi, pagine indelebili di calcio giocato e vissuto. Non sempre, però, i club sportivi sono nati in questo modo. E', ad esempio, il caso del Futebol Clube do Porto, o più semplicemente FC Porto, la cui nascita è frutto esclusivo dell'opera di un singolo individuo, tal Antonio Nicolau de Almeida. Commerciante di vini di professione, Almeida, durante i frequenti  viaggi in Gran Bretagna, aveva avuto modo di conoscere ed apprezzare il football osservando direttamente i maestri e di quel meraviglioso sport si era letteralmente innamorato. Nel 1893  l'uomo d'affari decise, a quel punto, di fondare, in modo del tutto autonomo, un club calcistico ad Oporto, città nella quale risiedeva, e di chiamarlo “O Destino”. Anche la scelta dei colori sociali fu frutto di una sua personalissima riflessione: il blu del mare ed il bianco delle nuvole ispiravano calma e purezza, doti sulle quali la nuova creatura avrebbe dovuto costruire la propria storia. All'entusiastico impulso fornito da Antonio Nicolau aderirono poi alcuni appassionati, che affiancarono il fondatore nel tentativo di sviluppare l'originaria idea e di diffondere sempre di più la nuova pratica sportiva tra gli abitanti di Oporto. Il tentativo, però, non produsse i risultati sperati, tanto che il sodalizio restò per molti anni pressoché inattivo. La svolta si ebbe nel 1906, allorché Josè Monteiro da Costa rilevò e  rivitalizzò la società, conservando i colori sociali tanto cari ad Almeida ma mutando il nome nell'odierno FC Porto. Lo stesso neo-presidente fornì alla propria compagine adeguate sostanze economiche, in modo tale che fosse possibile trasformare la passione in qualcosa di vivo e pulsante e non relegarla, come era accaduto in passato, alla categoria dei semplici “sogni”. Il Porto iniziò allora a muovere passi importanti, guadagnando seguito tra i portoghesi e disputando le prime sfide con le altre squadre del Paese. La forza dei club rivali nati a Lisbona, però, per molti anni si rivelò troppo grande per i “Dragoni”. Troppo grande almeno fino al 1939, anno nel quale il Porto conquistò il primo titolo nazionale. Né quel primo grande trofeo, né la conquista di ulteriori 5 scudetti entro il 1979 permisero però al club di Oporto di ritagliarsi un posto di assoluto primo piano nel calcio lusitano, rimanendo sempre in posizioni di leggero rincalzo rispetto alle compagini della capitale. Il vero spartiacque tra l'epoca delle sporadiche vittorie e quella della conquista di un posto d'onore tra le grandi non solo del Portogallo ma anche dell'intera Europa è rappresentato dall'avvento alla presidenza del club di Pinto da Costa, nel 1982. Già dirigente da moltissimi anni prima, Pinto da Costa era ed è tutt'oggi uomo letteralmente innamorato del Porto, società per la quale ha ricoperto diversi ruoli fino a giungerne al vertice. E se il contributo da lui fornito è sempre stato totale ed appassionato, una volta salito sul “ponte di comando” il Porto ha iniziato a volare. Basti pensare che all'inizio degli anno '80 i Dragoes erano l'unica squadra tra le tre grandi del campionato portoghese a non aver mai vinto un trofeo europeo. Situazione pesante, ma che non tardò a mutare radicalmente. Intanto, a partire dal citato 1982 i biancoblù misero in bacheca ben 13 titoli nazionali, con un clamoroso “filotto” di 5 vittorie consecutive (il famoso “Penta”) tra il 1995 ed il 1999. Per fare buon peso arrivarono anche 8 coppe del Portogallo e, record assoluto, addirittura 15 Supercoppe nazionali (su un totale di 27 assegnate). E poi, come si diceva, le campagne europee. Il primo assaggio importante arrivò nel 1984, allorché solo la Juventus in finale fermò la corsa dei Dragoni in Coppa delle Coppe. L'appuntamento con la prima gioia continentale risultò però solo rimandato di tre anni. Nel 1987 la squadra, guidata in panchina dal tecnico Artur Jorge, giunse fino alla finale della Coppa dei Campioni, dove si trovò a dover affrontare un Bayern Monaco infarcito di campioni. Contro la concretezza e la ferrea applicazione mentale tipica dei teutonici, i portoghesi giocarono al Prater Stadium di Vienna le migliori carte a propria disposizione, ovvero quelle della tecnica e dell'imprevedibilità. Il risultato fu una delle finali di Coppa dei Campioni più spettacolari di sempre, conclusasi, contro ogni pronostico, a favore degli uomini di Jorge per 2-1. Il palleggio e le improvvise accelerazioni dei lusitani misero in quell'occasione in difficoltà i pur fortissimi tedeschi, che, dopo il momentaneo vantaggio siglato da Kogl, capitolarono a causa del famoso gol di tacco segnato dall'attaccante algerino Rabah Majer, da quel giorno soprannominato “Il tacco di Allah”, e della rete decisiva di Juary, vecchia conoscenza del calcio italiano. L'anno successivo arrivarono anche, a suggellare ulteriormente il periodo d'oro, la Supercoppa europea e la Coppa Intercontinentale. Una simile “fiammata” ed il pieno di gioia che ne conseguì portarono inevitabilmente, però, ad un periodo di minor splendore, soprattutto a livello continentale. Per quasi due decenni, infatti, la squadra guadagnò il diritto a disputare la principale coppa europea grazie ai trionfi in patria, senza però riuscire ad andare oltre gli ottavi di finale. Unica eccezione la finale di Coppa Uefa conquistata nel 1994, terminata però con una pesante sconfitta patita ad opera del Barcellona di Johann Cruyff. Poi si aprì una nuova era. Era il 2002 e Octavio Machado, tecnico della prima squadra, venne esonerato a causa dei risultati deficitari ottenuti. Al suo posto venne chiamato Josè Mourinho, allenatore all’epoca sconosciuto ai più e che fino a qual momento aveva operato solo a livello di squadre giovanili. I tifosi arricciarono un po’ il naso, almeno sulle prima. In seguito si dovettero però ricredere. Facendo leva su un grande carisma ed una notevole preparazione tattica, Mourinho in brevissimo tempo rivoltò letteralmente la squadra come un guanto, creando un gruppo solido e vincente. Arrivarono così uno scudetto ed la Coppa Uefa nel 2002/2003 e la Champions League l’anno successivo.


Josè Mourinho, tecnico vincente.

 Il nome del tecnico e dei giocatori del Porto finirono in men che non si dica sui taccuini degli osservatori di tutta Europa e le sirene ammaliatrici iniziarono a suonare con forza alle orecchie dei protagonisti del brillante biennio. Lo stesso Mourinho ed alcuni dei suoi fedelissimi atleti migrarono verso altri lidi e per la società si pose il problema di iniziare la parziale “ricostruzione” della squadra.

 

Deco, uno dei protagonisti del Porto dei primi anni 2000, con la maglia del Barcellona. Furono proprio i balugrana, grazie ad un'offerta economica decisamente "convincente", ad assicurarsi le prestazioni del centrocampista alla fine del ciclo-Mourinho. 

Pinto da Costa provò con il tecnico italiano Luigi Del Neri, artefice del miracolo-Chievo, ma l’esperienza lusitana di Gigi durò assai poco. Poi l’attenzione venne rivolta maggiormente al florido settore giovanile, che fornì alla prima squadra un contributo assolutamente decisivo, sia in termini tecnici che economici. Il talentuoso Quaresma, per citare un esempio per tutti, oltre ad aver fornito un contributo fondamentale in termini di reti e giocate da campione, ha permesso in seguito alla dirigenza di incassare una cifra importante in seguito alla cessione all’Inter. La storia, dunque, va avanti. Nel segno dei grandi campioni, come il portiere Vitor Baia, che dopo alcune importanti esperienza lontano da Oporto è tornato recentemente a vestire l’adorata casacca biancoblù, divenendo definitivamente uno dei giocatori più amati di sempre dai supporters del club.


Vitor Baia, il più amato dai supporters biancoblù.

E, perché no, nel segno di un grande stadio, teatro ideale per scrivere pagine importanti nel presente e nel futuro. L’impianto “Do Dragao”, terminato nel 2003 (ha sostituito il vecchio e glorioso “Das Antas”), costituisce, tra l’altro, non solo la “casa” del Porto, ma viene altresì utilizzato sistematicamente per organizzare convegni ed eventi da parte di aziende di estrazione non solo sportiva. Uno stadio, dunque, che ha assunto in pochi anni un ruolo di vero e proprio simbolo della Oporto non solo sportiva ma anche economico-finanziaria e che in numerosi casi si trova a svolgere un compito fondamentale in termini di promozione dell’aggregazione sociale di tutti i tipi (al suo interno si trovano numerosi ristoranti e negozi). Uno stadio moderno, per un club proiettato più che mai nel futuro. L’appetito, del resto, vien mangiando…

 

Il logo dello stadio "Do Dragao".