THE RED BLUE LEGEND

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LA PARTITA DELLE PARTITE.
 

Questa è la storia di una partita che non si giocò mai semplicemente perché venne disputata decine e decine di volte nella mente e nel cuore di coloro che amano davvero il calcio. Questa è la storia di una partita entrata così profondamente nella storia del football da divenire leggenda. Quel giorno, allo stadio Luigi Ferraris di Genova si diede appuntamento una moltitudine tale di appassionati che a tutti parve subito chiaro che non sarebbe stato possibile ospitare tutta quella gente sugli spalti. Non ci furono però incidenti, nessuno si sognò nemmeno per un attimo di spingere chi lo precedeva. Tutti si avvicinarono all'impianto in perfetto ordine, attendendo con pazienza il proprio turno. Nell'attesa, niente di meglio che lanciare qualche pepato "sfottò" all'indirizzo dei dirimpettai. E così fu facile udire, dalla parte dei tifosi blucerchiati, slogan del tipo: "Nemmeno ve lo ricordate, l'ultimo scudetto che avete vinto!". Non furono da meno i genoani, con il loro immancabile:"Ma dove andate con quelle maglie? In bicicletta?". In ogni caso, tra cori e prese per i fondelli, tutti i genovesi "calciofili" entrarono nello stadio che porta il nome di colui che, svestita la maglia rossoblù con il grifone sul petto, aveva indossato la divisa dell'esercito ed aveva dato la vita non per una gradinata, né per i genoani o i sampdoriani, ma semplicemente per la Patria. In occasione di quella partita non vi fu collegamento televisivo con lo stadio di Marassi, poiché quello spettacolo non doveva rimanere impresso su alcuna pellicola che non fosse quella che avvolge gli occhi ed il cuore di chi sa che cosa è la passione per il football. Gli occhi come unici testimoni, la voce per poter raccontare in seguito a chi non c'èra le emozioni di quel giorno e le gesta dei ventidue in campo. L'attesa del calcio di inizio passò leggera e veloce, tra i discorsi in amicizia con i vicini di panchetta ed i cori all'indirizzo di "Quelli che vestivano gli altri colori". Unica concessione al "progresso" furono quel giorno gli altoparlanti, piazzati a tutti gli angoli dello stadio. Un ronzìo quasi magico segnalò l'accensione di quel piccolo e vetusto impianto e preannunciò la lettura dei nomi dei protagonisti del match. Una voce gracchiante e quasi inumana salutò e ringraziò tutti i presenti. Poi, tutto d'un fiato, snocciolò, quasi come un irriverente rosario, le formazioni. "Battara, Lodetti, Mora - Benetti, Vierchowod, Lippi - Chiorri, Frustalupi, Vialli, Mancini, Cucchiaroni". La gradinata Sud si illuminò a quel punto di mille colori, lo sventolìo delle bandiere pareva voler creare una sorta di vortice ipnotico nel quale intrappolare gli avversari. Ma gli avversari difficilmente si sarebbero fatti intimorire. "De Prà, Gorin, Becattini - Barbieri, De Vecchi, Signorini - Meroni, Abbadie, Levratto, Verdeal, Boyé". A quel punto fu la Nord ad esplodere in un boato così forte ed improvviso da far sussultare quei pochi i cui occhi parevano non volersi staccare da qualche quotidiano, prezioso compagno di attesa. Ma il vero momento da brividi arrivò di lì a poco, quando dall'uscita degli spogliatoi sul campo si affacciarono gli eroi tanto attesi. Il primo a mettere piede sul terreno verde del Ferraris fu l'arbitro James Richardson Spensley, baffo nero e cappellino d'ordinanza calcato sulla testa. Gli fu sufficiente sporgere il naso fuori dal tunnel per capire quale cornice di pubblico avrebbe assistito all'incontro. La sorpresa e la sincera meraviglia del "Megu Ingleise" fu tale che lui stesso, perdendo per un attimo il tipico "aplomb" britannico, non potè trattenere un solenne e sincero "Belin!". Dopo di lui, in fila indiana, ecco comparire tutti i protagonisti. Fu facile scorgere da subito i due capitani, il fisico massiccio di Gianluca Signorini e l'inconfondibile pelata di Mario Frustalupi. Fu a quel punto che l'intero stadio fece qualcosa che rese solenne ed eterno quel momento. Tutti gli spettatori, nessuno escluso, si alzarono in piedi quasi contemporaneamente, creando l'effetto di un'immensa onda umana. Quel gesto così spontaneo non ebbe, però, lo scopo di permettere a tutti una miglior visuale sui calciatori. Non fu, dunque, un gesto figlio della curiosità. Si trattò, al contrario, di un modo naturale e grandioso di rendere omaggio a quelle ventidue leggende che si apprestavano a calcare l'erba del terreno in riva al Bisagno. Sulla panchina blucerchiata, sistemata sotto la tribuna lato sud, si sedette Vujadin Boskov, detto "Il Labbro di Novi Sad", tecnico tanto preparato quanto dotato di naturale simpatia e comunicatività. Sui seggiolini lato nord prese posto William Garbutt, primo allenatore in Italia a fregiarsi dell'appellativo di "Mister". In attesa del solenne fischio di inizio si diffusero tra i presenti voci e chiacchiere su come i due "condottieri" avessero preparato la sfida. Si diceva, in particolare, che Boskov avesse impostato il lavoro dei giorni precedenti sulla tattica e sullo studio degli avversari, concludendo poi la settimana di lavoro con una cena a base di pesce fresco in un ristorante dei "caruggi" con tutta la squadra. Sull'altra sponda si vociferava di allenamenti assai duri guidati da Garbutt, che aveva torchiato oltre misura i suoi curando sia l'aspetto tattico sia quello tecnico, fedele al proprio ruolo di allenatore a tutto tondo. Allenamenti nei quali, tra l'altro, i calciatori troppo innamorati di un solo piede venivano ad un certo punto "invitati" a partecipare alle partitelle con il piede preferito nudo e con la scarpa indossata solo col piede opposto, in modo da regalare a quegli stessi atleti un'ottima motivazione per imparare, vista anche la pesantezza della sfera utilizzata, ad affidarsi all'arto spesso ignorato. Dopo un rapido cenno di intesa con i due portieri, il "referee" Sir James Spensley si portò il fischietto alla bocca. Alla sua designazione non si era giunti nè tramite sorteggio, nè tantomeno attraverso altre tecniche atte a fugare dubbi circa la bontà della scelta. Fu, al contrario, un autentico plebiscito a conferire, a furor di popolo rossoblucerchiato, il prestigioso incarico al fondatore della sezione italiana dei "Boy Scouts". Gonfiato il petto con un profondo respiro, Spensley fischiò l'inizio delle ostilità. Alla battuta andò per la prima frazione di gioco la Sampdoria con i gemelli del gol Vialli e Mancini.
Al contrario di quanto tutti si attendevano, la partita non conobbe fase di studio: le due squadre ruppero da subito gli indugi, sfidandosi a viso aperto. I capovolgimenti di fronte furono repentini, l'ottima organizzazione tattica, però, impedì che i gol fioccassero da subito in gran quantità. I blucerchiati, "risucchiati" da nord verso sud dall'incitamento della propria gradinata, iniziarono a martellare il Genoa ai fianchi. Alviero Chiorri puntò diverse volte, partendo dalla fascia sinistra, il grintoso Gorin, che da parte sua non lesinò, già nei primi dieci minuti, un paio di memorabili "randellate" all'avversario. Destro, sinistro, finta di corpo. In due occasioni Chiorri andò via come un "marziano", offrendo palloni invitanti al centro per Vialli e Mancini, i cui tiri vennero neutralizzati dall'attento De Prà. Altre volte dovette intervenire l'arbitro per assegnare diversi calci di punizione per evidenti falli di Fabrizio "Picchia" Gorin. In tutti i casi, però, la stretta di mano tra i due contendenti arrivò senza bisogno di alcun invito. Sulla fascia opposta il duello non fu certo meno interessante, con Ernesto Tito Cucchiaroni generosissimo a lanciare palla lungo l'out prima di gettarsi in rincorse a perdifiato, nel tentativo di seminare il tenacissimo Becattini. La Samp si muoveva sotto l'attenta regìa del "cervello" Frustalupi, bravo a dirigere le operazioni in mezzo al campo. Il Genoa, da parte sua, non si fece intimorire e, guidato dai cori della Nord, ribatteva colpo su colpo con coraggio e classe. Sventati i pericoli in area grazie alle doti acrobatiche del "Figlio di Dio" De Vecchi e di capitan Signorini, i genoani si affidarono ai polmoni di Barbieri ed alle geometrie di Abbadie per proporre contrattacchi insidiosissimi. La manovra, nella propria apparente semplicità, si dipanava in maniera pressoché perfetta: palla all'asso uruguagio e apertura sulle fasce per Meroni a destra o per Boyé sulla sinistra. I voli di Gigi "la Farfalla", in particolare, fecero letteralmente impazzire il pubblico di sponda rossoblù, estasiato dall'apparente leggerezza con cui il numero "sette" genoano puntava e saltava il sampdoriano Mora, del resto tradizionalmente più bravo ad attaccare che a difendere. Ma grandi applausi vennero giustamente tributati anche alle discese devastanti di Boyè, più simile, palla al piede, ad un carro armato che ad un uomo! Il lavoro degli esterni genoani venne svolto prevalentemente a beneficio dei due attaccanti, il potente Levratto e l'imprevedibile Verdeal. Il primo si gettava senza timore su ogni pallone che spiovesse dalle ali, il secondo pareva sempre in ritardo sugli interventi, salvo guadagnare ogni volta il terreno apparentemente perduto con autentici balzi felini. Il tutto per la poca felicità dei difensori blucerchiati, che dovettero fare gli straordinari per rintuzzare le folate di una tale macchina da gol. Fu in questi frangenti che si rivelarono determinanti la grinta dello "Zar" Pietro Vierchowod e la classe del libero "vecchio stampo" Marcello Lippi, sempre pronto a chiamare ai movimenti corretti i compagni di reparto. Proprio da una volata sulla destra di Meroni giunse ad un certo punto nel cuore dell'area doriana un invitante cros a mezza altezza, all'incirca sul dischetto del rigore. Anticipando l'intervento di Vierchowod, si gettò sulla palla Felice Levratto che, con splendida coordinazione, colpì la sfera con il collo del piede. Ne scaturì un tiro di tale potenza che piegò letteralmente le mani al guardiano Battara e si andò a schiantare sui tabelloni dietro alla porta sotto la Nord, dopo aver divelto la rete doriana. La gradinata rossoblù esplose in un fragoroso boato, così come tutta la metà dello stadio dipinta di rossoblù. "Gol!" Ed i festeggiamenti, per la verità, durarono diversi minuti, poiché tanto impiegarono gli addetti al campo a riparare la rete "violata" dalla bordata del bomber di Vado Ligure. Palla al centro. I blucerchiati, però, non si scoraggiarono e continuarono a tessere le proprie trame di gioco. Palla da Lippi a Mora sulla sinistra, finta di corpo e sfera in profondità a Mancini. Tacco di quest'ultimo a beneficio di Vialli sulla sinistra e cros rasoterra verso l'accorrente Cucchiaroni. Su quest'ultimo intervenne fallosamente Becattini in affannoso ripiegamento, inducendo Spensley ad assegnare un calcio di punizione diretto dal limite. De Prà chiamò al piazzamento una barriera formata da quattro uomini, due a destra e due a sinistra con uno spazio vuoto al centro per osservare la palla al momento della battuta. Il trucco funzionò, dal momento che l'insidiosa palombella di "Bobby-gol" Mancini venne neutralizzata dallo stesso De Prà con un balzo felino fin quasi all'incrocio dei pali. Nulla potè, però, l'estremo difensore genoano cinque minuti più tardi, quando su un lancio verticale di Frustalupi si avventò Chiorri, bravo a dribblare un avversario ed a porgere nel mezzo a Vialli, a propria volta pronto ad insaccare con un tiro potente e preciso. "Gol!". Anche per l'altra gradinata venne così il momento dell'irrefrenabile gioia. All'intervallo si giunse sull'1-1, non prima, però, di aver assistito ad un episodio incredibile. Su una palla vagante a centrocampo si gettarono contemporaneamente Ottavio Barbieri e Romeo Benetti. I due mastini videro quel pallone come il tesoro più prezioso da conquistare e, senza pensarci due volte, affondarono contemporaneamente il tackle. Il rumore che si udì fu un qualcosa di quasi disumano, una sorta di "crack" che mise i brividi a tutti i presenti. I sanitari si precipitarono in campo, anche i due tecnici saltarono in piedi davanti alle panchine. Ma, con grande sorpresa di tutti, i due contendenti si rialzarono prima che i medici si avvicinassero loro, trovando perfino la forza di scambiarsi un'occhiata tagliente ed un'asciutta ma sincera stretta di mano. Scampato il pericolo, il doppio fischio dell'arbitro sancì l'inizio dell'intervallo. Intervallo che giunse come aria fresca per i tifosi che gremivano il Ferraris e che dopo un primo tempo di emozioni intense non disdegnarono la possibilità di far "rifiatare" il cuore in attesa della ripresa.
In ogni caso, fra discussioni più o meno tecniche su questo o quell'episodio, arrivò ben presto il momento di riprendere le ostilità. Le due compagini si ripresentarono in campo con le stesse formazioni della prima frazione, anche perché non erano previste sostituzioni e non esistevano rose composte da trenta e più calciatori. Invertiti i campi, il Genoa si trovò ad attaccare con la Nord alle spalle, mentre la Samp puntò i "cannoni" contro i colori avversari. Sulla palla andarono Levratto e Verdeal ed al fischio di Spensley la contesa poté riprendere. Ancora una volta senza respiro. Da una palla recuperata da De Vecchi si snodò un'azione d'attacco avvolgente, con Abbadie, sempre lui, ad accarezare magicamente la palla ed a recapitarla tra i piedi del lanciato Boyé. Finta a destra e palla a sinistra ed al povero Lodetti per poco non si annodarono le gambe. Giunto sul fondo, l'asso argentino disegnò una traiettoria a rientrare piuttosto maligna su cui si avventò Barbieri: zuccata potente e volo plastico di Battara a deviare in corner. Sul ribaltamento di fronte fu Cucchiaroni a volare sulla destra, chiudendo un triangolo con Mancini e sparando una rasoiata a filo d'erba respinta d'istinto da De Prà. Poco dopo in quarto d'ora della seconda frazione di gioco ecco scoccare l'ora di Verdeal. Da una palla conquistata nel cerchio di centrocampo da Barbieri, ecco arrivare puntuale il servizio per il numero dieci argentino. Stop, tocco con l'esterno a superare un infuriatissimo Benetti e poi via, in slalom. Saltati nell'ordine Frustalupi e Vierchowod, Verdeal riuscì a mettere a sedere anche Lippi ed a beffare con un pallonetto morbido Battara. 2 a 1 per il Genoa e tutti in piedi ad applaudire quell'azione incredibile. Ancora una volta, però, la Samp non si arrese. Del resto, si sa, un derby non si può proprio perdere. Chiorri e Cucchiaroni iniziarono a spingere sulle corsie laterali se possibile con più veemenza rispetto al primo tempo, mentre Mancini portò il proprio "genio" ad operare sulla trequarti, in modo da poter meglio lanciare i campagni d'attacco. Proprio dal piede di quest'ultimo ecco partire, ad un certo punto, un "taglio" in profondità per Vialli che, di piatto, servì il piccolo Tito in percussione centrale: tiro di prima intenzione e palla nell'angolino basso alla sinistra di De Prà. Gol e 2 a 2, benedetto dall'ennesima esplosione della gradinata Sud. Ma la partita era tutt'altro che chiusa. Le due squadre non ne vollero sapere di accontentarsi, ed i ritmi rimasero elevatissimi. Da Becattini ad Abbadie in proiezione offensiva, scambio stretto con Levratto e tiro del numero "otto" rossoblù con palla letteralmente "incastrata" nel "sette" della porta doriana. Nemmeno il tempo di celebrare il nuovo trionfo ed ecco involarsi sulla destra Meroni: un paio di finte misero fuori gioco Frustalupi e Mora ed il successivo cros giunse dritto sulla testa di Barbieri. Assist di quest'ultimo per l'accorrente Boyé e tiro violentissimo di collo destro ad insaccare di potenza. Ma il Genoa non affossò la Samp, anche perché i blucerchiati avevano ancora parecchia "birra" da spendere. I ritmi, già alti, divennero sempre più frenetici, le azioni si susseguirono in modo continuo e le emozioni viaggiarono di conseguenza. Gli equilibri tattici non saltarono, eppure le squadre si esprimevano in modo talmente fluido che ogni azione rischiava di sfociare in gol. La Samp provò a schiacciare il Genoa nella propria trequarti, ma i rossoblù avevano davanti uomini di tale qualità da poter ribaltare il fronte con frequenza e pericolosità incredibili. Alla mezzora della ripresa Lippi si sganciò fino a centrocampo ad impostare la manovra, la sfera venne servita a Frustalupi e da quest'ultimo, in verticale, a Chiorri. Dopo una finta, ecco partire un lancio a cambiare completamente il gioco sulla fascia opposta per Cucchiaroni: cros teso e conclusione vincente in spaccata di Mora, in proiezione offensiva, per il provvisorio 4 a 3. Palla al centro e via con un nuovo "turbillon" di azioni pericolose. Grande fatica faceva l'arbitro Spensley ad annotare le molte reti che si susseguivano in maniera sempre più frenetica. La matita fu rapida, da quel momento in poi, nello scrivere, tra gli altri, i nomi di Mancini (pallonetto dal limite dell'area dopo un'uscita di De Prà), Vierchowod (testata vincente su corner di Frustalupi), Meroni (diagonale nell'angolino dopo un'ubriacante serpentina tra i difensori), Levratto (mezza girata su cros di Boyé). Ma le realizzazioni furono talmente numerose che al fischio finale del direttore di gara furono gli stessi giocatori a rivolgersi alla "giacchetta nera" per chiedere quale fosse il risultato finale. Spensley estrasse il taccuino ed iniziò la conta, con le due tifoserie in attesa di sapere chi avrebbe potuto festeggiare. Ma l'imprevisto era dietro l'angolo. In maniera del tutto improvvisa ecco alzarsi un soffio di vento talmente forte da strappare dalle mani dell'arbitro il prezioso foglietto e da scagliare lo stesso prima in alto e poi verso la parte alta dei distinti. In molti trattennero il fiato, il pezzo di carta veleggiò nell'aria fino a giungere tra le mani di un uomo che stava avviandosi verso una delle uscite. Quell'uomo osservò il foglietto e, volgendo lo sguardo al resto dello stadio quasi ammutolito, ghignò divertito. "Chi ha vinto?", domandò un altro spettatore poco lontano da lui. "Il risultato non esiste - rispose l'uomo - esiste solo lo spettacolo cui abbiamo assistito. Il resto sono soltanto discorsi". Un altro uomo si avvicinò, allora,  e disse:"Professor Scoglio, non vorrà tenere per sé questo segreto...". "Non è un segreto, presidente Mantovani. Tutti hanno visto, anche lei...", rispose Scoglio. "Beh - continuò Mantovani - magari davanti ad un bicchiere di buon vino cambierà idea...". "Non credo - rispose l'altro - io non bevo. Però conosco un posto dove cucinano il pesce in modo delizioso, quasi come al mio paese...". "Se questo è un invito, sappia che accetto!" - concluse Mantovani. E i due si avviarono verso l'uscita, sparendo ben presto tra la folla che lentamente abbandonava il Ferraris. Un bambino con il berretto blucerchiato chiese al padre, che stringeva gelosamente tra le mani un cuscino con lo stemma del Genoa:"Chi ha vinto?". "Noi!", rispose il padre. "Ma noi chi?", domandò ancora il bambino. "Noi!", replicò ancora il papà abbracciando il ragazzino. I calciatori, nel frattempo, dopo aver salutato i tifosi dal centro del campo, avevano lentamente imboccato il tunnel che portava negli spogliatoi. Sotto le docce tutti e ventidue i protagonisti ripensarono a quei novanta minuti così intensi ed emozionanti. Ed immaginarono con quali parole avrebbero raccontato quell'esperienza grandiosa alle proprie famiglie una volta tornati a casa. L'acqua tiepida lavò via il sudore ed un po' di stanchezza. Rimase ben radicata nella mente di tutti coloro che avevano avuto il privilegio di vivere quella giornata la consapevolezza che per respirare la leggenda non occorre divenire eroi. E' sufficiente essere uomini.