THE RED BLUE LEGEND

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GLI ANNI '10


“Vivi e non curarti di quanto lunga sarà la tua esistenza. Vivi ogni giorno con la saggezza di chi attende il domani e con la passione di sa cogliere l'oggi”.
(L.P.) 

 

Gli anni '10 videro l'insediamento da parte del Genoa nel nuovo terreno da gioco di Marassi. L'inaugurazione ebbe luogo il 22 Gennaio del 1911 (del terreno il Grifone era entrato in possesso il 10 Luglio dell'anno precedente) ed il campo, sebbene si trovasse più o meno nella stessa zona in cui sorge oggi il “Luigi Ferraris”, si sviluppava all'inizio in senso sostanzialmente perpendicolare alla posizione odierna del terreno di gioco, all'incirca dove oggi si trova Via Casata Centuriona. All'incirca tre mesi più tardi, però, il senso delle porte venne variato ed il lato lungo del campo venne posizionato parallelamente al Bisagno.

 

Una veduta del campo di Marassi (anno 1911).

Le novità di quel periodo, in ogni caso, non si esaurivano qui. Un altro elemento, questa volta negativo, di differenza rispetto al passato era costituito dal digiuno di vittorie in campionato con cui il Genoa si trovava a fare i conti. Il passaggio dall'era dei pionieri a quella dei... “successori”, del resto, pur reso meno difficile, come già detto, dall'ingaggio di giovani talenti assai promettenti, non avrebbe comunque potuto essere indolore. E con tutto questo è bene precisare che alle difficoltà emerse nella massima competizione nazionale avevano fatto da contraltare alcuni successi di assoluto prestigio conquistati dai rossoblù in manifestazioni solo apparentemente secondarie. A puro titolo di esempio può giovare citare la vittoria della coppa messa in palio dall'ex-presidente Goetzlof e destinata alla compagine che fosse riuscita ad ottenere quattro risultati utili consecutivi contro altrettanti sfidanti. Il “Grifo” fece suo il trofeo battendo nell'ordine Inter, Milan, Andrea Doria e pareggiando con il Torino. E sempre a proposito di novità, “ultima ma non ultima” occorre ricordare quella legata alla casacca indossata dai giocatori rossoblù. A partire dal 1910, infatti, le vecchie camicie con colletto erano state sostituite da maglie più simili a quelle utilizzate oggi, con la particolarità del famoso “laccetto” all'altezza del petto. Con la nuova maglia, dunque, e con il nuovo stadio (all'epoca considerato uno dei migliori impianti italiani, con una capienza di circa 25000 posti) il Genoa si presentò al via della stagione 1911-1912 con legittime ambizioni. Ambizioni giustificate, tra l'altro, dall'ingaggio degli inglesi Miller, Stocker, Marsch e Murphy, degli svizzeri Surdez e Comte e dell'italiano Mariani. E l'inizio di stagione fu all'altezza delle aspettative, con una serie di vittorie spesso sonanti anche contro squadre di grande blasone come Juventus e Milan. A sbarrare la strada ai rossoblù, però, penso la pro Vercelli, che eliminò sul proprio campo i Grifoni. La delusione per la mancata vittoria finale, però, venne smaltita assai velocemente. E a partire dal 1912 , sotto la spinta decisiva di alcuni dirigenti tra cui il già citato Goetzlof, il Genoa iniziò a dotarsi di una struttura societaria sempre più simile a quella dei sodalizi calcistici britannici. Venne inoltre dato incarico ad una banda di intrattenere gli spettatori prima e durante gli intervalli degli incontri, così come si provvide ad allestire appositi spazi pubblicitari all'interno dell'impianto sportivo di Marassi. Una nuova strada era dunque stata tracciata, anche se i risultati, come ragionevolmente prevedibile, non arrivarono immediatamente: in quello stesso anno i rossoblù dovettero “accontentarsi” del terzo posto finale in campionato. Nel frattempo, però, Edoardo Pasteur aveva fattivamente provveduto alla fondazione di una apposita sezione in seno al Genoa dedicata alla pallanuoto.

 

Edoardo Pasteur

Ed anche in questo caso il Grifone non tardò a... graffiare. Fu infatti proprio il Genoa a trionfare nel primo torneo italiano, datato 1912, di “waterpolo”. E la vittoria arrise ai genoani anche nel 1913, nel 1914 e nel 1919. Va tra l'altro notato che coloro che scendevano in vasca erano in alcuni casi gli stessi atleti che si esibivano anche con la palla tra i piedi. Massimo esempio di tale poliedricità fu Luigi Burlando, mediano rossoblù di quegli anni, che fu addirittura capace di prendere parte ad una edizione dei giochi olimpici dell'epoca in veste di calciatore, pallanuotista e schermidore. Ma anche nel football un nuovo ciclo vincente stava per essere aperto. Proprio in virtù della nuova ed innovativa politica gestionale voluta dalla dirigenza genoana, si decise di introdurre in seno al club una figura assolutamente nuova nel panorama italiano: quella dell'allenatore. Figura che in Inghilterra, dove il calcio aveva da tempo abbandonato la dimensione dilettantistica per avvicinarsi a quella professionistica, il trainer era ormai considerato un elemento di importanza centrale ai fini dei risultati ottenuti sul campo. In Italia, invece, l'organizzazione dell'allenamento era affidata alla figura maggiormente carismatica tra i componenti della squadra, solitamente individuata nel capitano. Al Genoa, che manteneva ovviamente legami saldi e stabili con il Regno Unito, giunsero referenze estremamente positive su un giovane tecnico, con alle spalle un'ottima carriera da calciatore interrotta presto a causa di un brutto infortunio. Quel tecnico si chiamava William Garbutt e nel 1912 decise di accettare l'offerta del presidente rossoblù Aicardi, diventando così il primo allenatore professionista del calcio italiano. Come buon peso portò con se a Genova le ali Eastwood e Wallsingham, il centrattacco Grant ed i centrocampisti Mitchell e MacPherson. Per la società si pose subito il problema di come contrattualizzare nell'ambito di un panorama dilettantistico un manipolo di calciatori a tutti gli effetti professionisti. Le difficoltà, secondo le cronache dell'epoca, vennero superate in modo tanto geniale quanto fantasioso, attraverso la finta assunzione dei nuovi acquisti presso aziende di proprietà dei dirigenti genoani oppure con la corresponsione di somme a titolo di “rimborso spese”, “malattia”o simili. Intanto, nell'attesa dell'insediamento effettivo del nuovo allenatore, il Genoa aveva iniziato a riprendere confidenza con le vittorie. Nel 1910, ad esempio, il marchese Piero Negrotto Cambiaso, presidente  del Casteggio FBC, aveva messo in palio una coppa, scolpita in bronzo e argento, del considerevole valore di 10000 lire (denominata Coppa Lombardia) e destinata al club che fosse riuscito ad aggiudicarsi sette sfide anche non consecutive. Il trofeo andò al Genoa, che dopo la vittoria nella prima edizione, datata appunto 1910, bissò il successo nelle sei edizioni successive e portò a casa, nel 1921, l'ambita coppa. Ma era in campionato che il “Grifo” aveva una gran voglia di tornare a trionfare. Agli ordini di Garbutt la squadra conobbe ben presto sistemi di allenamento mai sperimentati prima in Italia, con tanto di preparazione atletica e introduzione di veri e propri schemi di gioco. Lo stesso Garbutt, tra l'altro, era anche uno psicologo sopraffino, che sapeva costruire con ogni singolo giocatore un rapporto quasi di amicizia senza per questo perdere l'autorità richiesta dal ruolo ricoperto. E proprio il rispetto che per lui avevano i calciatori della rosa fece sì che questi ultimi si rivolgessero a lui con l'appellativo di “Mister Garbutt”. Da questo fatto derivò in seguito l'abitudine, oggi consolidata, di associare il termine “Mister” ad ogni allenatore di calcio. Con un nuovo tecnico, dunque, e con un'organizzazione sempre più “professionale” a tutti i livelli, il Genoa si avvicinò al campionato 1912/1913 con grandi ambizioni. Al torneo parteciparono ben 30 compagini, divise in tre gironi settentrionali e tre gironi meridionali. La vittoria finale non arrivò, ma il secondo posto in coabitazione con il forte Casale non rappresentò comunque un piazzamento disprezzabile. A fine stagione, nell'estate del 1913, assunse la carica di presidente Geo Davidson, scozzese residente da anni a Genova  e socio del club fin dagli anni della fondazione.

 

Geo Davidson

Famoso ai giorni nostri per una foto che lo ritrae in sella ad una tipica bicicletta dell'epoca, dotata di un'enorme ruota anteriore, Davidson non perse tempo ed allargò fin da subito i cordoni della propria borsa (in barba a quanti sono soliti ritenere avari gli scozzesi!). Come prima cosa si aggiudicò, con grande tempismo e senso degli affari, le prestazioni di un giovane difensore che già aveva esordito in nazionale ma che in quelle settimane si trovava in disaccordo con il proprio club, il Milan. Quel talento si chiamava Renzo De Vecchi, anche se qualche anno più tardi, al culmine della carriera sportiva, si sarebbe guadagnato l'appellativo di “Figlio di Dio”.

 

Renzo De Vecchi, il "Figlio di Dio".

Per convincerlo a lasciare Milano il presidente genoano non lesinò un ingente sforzo economico. E tale sforzo, è bene precisare, non rimase isolato. I successivi affari conclusi dal neo-presidente, però, ebbero un'eco decisamente maggiore, non solo per l'aspetto sportivo. L'ingaggio dei talenti dell'Andrea Doria Fresia (per 400 lire), Sardi e Santamaria (addirittura per 1600 lire a testa), infatti, parvero andare contro i canoni del dilettantismo e la Federazione, su richiesta di diverse società, chiese la radiazione del Genoa e la squalifica a vita di dirigenti e giocatori protagonisti della vicenda.

 

Aristodemo Santamaria, faro del Grifone per diversi anni.

Singolare è il fatto che, in realtà, l'acquisto di Sardi e Santamaria da parte del Grifone parevano destinati a passare sotto silenzio. Galeotta fu, secondo le cronache dell'epoca, la diligenza di un impiegato di banca, nel tempo libero socio dell'Andrea Doria, che casualmente si trovò allo sportello proprio mentre i due ormai ex-calciatori doriani si accingevano a versare il ricco assegno ottenuto dal Genoa per cambiare “sponda” calcistica. Il polverone che si sollevò in seguito fece probabilmente tremare le gambe a molti dirigenti rossoblù. L'unico a mantenere la calma fu Edoardo Pasteur, che nel corso del processo sportivo tenutosi con il “Grifo” nelle vesti di imputato ricoprì il ruolo di avvocato difensore della società, riuscendo a convincere i severi giudici della perfetta buona fede con la quale avevano operato Davidson e soci. Fu così che lo scandalo si ridimensionò decisamente ed anche i calciatori implicati poterono tornare all'attività dopo alcuni mesi di squalifica.
Il campionato 1913/1914 fece registrare un ulteriore passo in avanti per il Genoa, che dopo il terzo posto dell'anno precedente ottenne un brillante secondo posto finale, riuscendo tra l'altro a battere la corazzata Pro Vercelli e cedendo solo ad un'altra squadra in grande ascesa, il Casale. Il torneo successivo, però, sembra proprio quello del ritorno alla vittoria finale.

La squadra di Mister Garbutt, ulteriormente rinforzata dagli arrivi di Berardo e Mattea dal Casale, iniziò la stagione con grande autorità, battendo con risultati spesso “larghi” i superfavoriti Juventus, Internazionale e Milan. Ci fu anche spazio per un record da “Guinnes”, che il Grifone stabilì in occasione della sfida contro l'Acqui FBC, vinta segnando ben 16 reti. Ma proprio quando la strada che separava il Genoa dalla  vittoria finale pareva in discesa, ecco giungere un dispaccio della Federazione con il quale veniva annunciata la sospensione del campionato. Il successivo 24 Maggio 1915 l'Italia sarebbe entrata in guerra contro l'Austria. Il torneo venne dunque interrotto ed i rossoblù furono costretti ancora una volta a rimandare l'appuntamento con il titolo italiano. Il vero dramma, però, non era certamente rappresentato da tale fatto. La Prima Guerra Mondiale rappresentò una delle pagine più tremende e sanguinose della storia dell'Europa, con una lunghissima serie di battaglie combattute, spesso attraverso veri e propri scontri corpo a corpo, da truppe in molti casi affamate e debilitate da freddo e stenti. E la tragedia per il continente divenne tragedia anche per il mondo del calcio e per il Genoa in particolare. Molti dei soldati che sacrificarono la vita sul campo di battaglia erano infatti calciatori. Tutte le società sportive furono costrette a pagare un dazio pesantissimo alla “Grande Guerra”, ma il Grifone venne bersagliato in modo forse più terribile. Morirono eroicamente Luigi Ferraris, cui oggi è intitolato lo stadio di Marassi, il portiere Adolfo Gnecco, l'ala Carlo Marassi, l'attaccante Alberto Sussone. Stessa sorte toccò al difensore Claudio Casanova, rientrato in patria ma deceduto in seguito a causa delle ferite riportate negli scontri bellici. Ma i caduti tra soci e calciatori del Grifone furono molti di più. E tra coloro che non fecero più ritorno a casa ci fu anche James Richardson Spensley, che si arruolò come ufficiale medico nell'esercito britannico e che venne ferito in Germania mentre stava tentando, ben oltre le linee nemiche, di soccorrere un soldato ferito. Quel soldato, tra l'altro, non era inglese bensì tedesco. Per Spensley, però, era soltanto un uomo cui prestare aiuto. Il medico, padre fondatore del Genoa Cricket and Football Club morì nell'ospedale militare di Magonza, dopo oltre un mese di agonia il 10 Novembre del 1915. Venne sepolto nel cimitero tedesco di Kassel, dove si trova ancora oggi tanto che un gruppo di tifosi del “Grifo” si spinse pochi anni fa a rendergli omaggio.

 

La lapide dedicata a James Spensley nel cimitero tedesco di Kassel.

Per capire fino in fondo, in ogni caso, quale fu il tributo versato in termine di vite spezzate dal club rossoblù al conflitto mondiale basta ricordare quanto successe il 24 Maggio del 1920, allorché sulle tribune dello stadio di Marassi venne inaugurata una lapide con i nomi di soci e calciatori genoani caduti sul campo di battaglia nel periodo '15/'18. Quei nomi erano 25. Ma ci fu anche chi gli le terribili esperienze belliche poté raccontarle. Come ad esempio Giuseppe Castruccio, ex-allievo dello stesso Spensley nelle giovanili, che venne insignito della medaglia d'oro al valor militare per aver contribuito in maniera decisiva a portare in salvo, da solo e sospeso nel vuoto, un dirigibile italiano con l'intero equipaggio nella notte del 22 Settembre 1917.

 

James Spensley: il suo nome rimane scolpito nella leggenda. 


Con un paese, ma sarebbe meglio dire un continente, a leccarsi le ferite dopo un conflitto dalle conseguenze tremende, il calcio italiano provò a reindossare l'abito della normalità ed a riprendere la propria attività. Era il 1919, ma prima ancora di incrociare i tacchetti sul campo contro gli avversari il Genoa si vide gratificato di un titolo meritato ma in quel momento quasi dimenticato: la Federazione decise infatti di consegnare al Grifone il titolo di vincitore del campionato 1914-15, interrotto a causa dello scoppio della guerra ma dominato fino allo stop dal club di Geo Davidson. E proprio il magnate scozzese, ancora alla guida del Genoa, riprese da dove aveva lasciato, gettandosi anima e corpo (e portafoglio) alla ricerca di talenti in grado di rinforzare la squadra. Dopo aver richiamato tutti i calciatori già in forza alla compagine prima della guerra e che a quest'ultima avevano avuto la fortuna di sopravvivere, per prima cosa contattò e riportò in Italia mister Garbutt. Quindi regalò a quest'ultimo uomini di peso quali i fratelli Bergamino, Ghigliano e Brezzi. Ma non sempre gli acquisti migliori sono quelli più costosi. Accadde infatti che mister Garbutt, in occasione di una partita amichevole disputata dal Genoa contro una selezione di professionisti inglesi il giorno di Pasqua del 1920, si trovò a dover fare i conti con un'improvvisa penuria di atleti. Poco prima dell'incontro chiamò allora uno dei migliori giovani della compagine giovanile, il mediano Ottavio Barbieri, e gli chiese se se la sentiva di scendere in campo con i “grandi”. Barbieri rispose “Grazie mister, un tempo lo gioco volentieri”. Le sue parole non erano dettate dal timore di non essere all'altezza dei colleghi della prima squadra, ma semplicemente dal fatto che Ottavio si era appena esibito con la formazione dei giovani e dunque avvertiva un po' di fisiologica stanchezza. Il mastino “made in Genoa”, però, non solo corse per tutta la sfida ma risultò anche uno dei migliori in campo. Da quel momento il Grifone si ritrovò così in squadra un elemento che negli anni successivi divenne una delle colonne portanti della  squadra. La prima stagione del dopoguerra, comunque, riservo parecchie gioie alla compagine rossoblù solo nella fase eliminatoria, letteralmente dominata dagli uomini di Garbutt. In occasione delle finali del girone settentrionale, infatti, i rossoblù dovettero fare i  conti con l'arbitro Varisco, che in occasione della sfida contro la Juventus ne combinò decisamente di tutti i colori. Prima assegnò in rigore inesistente ai torinesi, quando il Genoa era in vantaggio grazie ad un gol di Santamaria, poi convalidò una rete bianconera realizzata da un attaccante in posizione di off-side ed infine espulse i genoani Della Casa e De Vecchi (giocatore, quest'ultimo, peraltro noto per la grande correttezza in campo). La rabbia dei genovesi fu tale che anche Traverso si “auto-espulse” per protesta. A quel punto, in 11 contro 8, la Juve ebbe la meglio anche se il Genoa la impegnò fino all'ultimo grazie alla rete di Sardi (risultato finale 3-2 per i torinesi). Il successivo pareggio con l'Inter permise ai nerazzurri di accedere alla finale, che li vide poi vittoriosi sul Bologna.