THE RED BLUE LEGEND

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GLI ANNI '50
 

Proprio la disastrosa stagione terminata con la seconda retrocessione in B della storia genoana aveva visto altresì l'inaugurazione di una nuova versione dello stadio Luigi Ferraris, che non avrebbe poi subito ulteriori modifiche fino ai campionati mondiali del 1990. Ed alla vigilia dell'annata che aveva come primo ed unico obiettivo il ritorno nella massima divisione, la società conobbe un nuovo avvicendamento sul “ponte di comando”: la presidenza venne infatti assunta dall'imprenditore Ernesto Cauvin. Con l'ungherese Senkey in panchina e con i rinforzi Franzosi, Achilli e Frizzi il “Grifo” si presentò ai nastri di partenza del campionato cadetto con ottime referenze. La squadra, però, era forse più adatta, per qualità fisiche e tecniche, alla serie A che non alla B e la tanto sospirata promozione non arrivò. La lezione fu comunque utile alla dirigenza, che l'anno successivo inserì in rosa alcuni elementi cosiddetti “di categoria” quali Persi, Acconcia e Dal Monte. Al secondo tentativo il riuscì così a riconquistarsi un posto tra le grandi del calcio italiano. Era l'estate del 1953 ed i genoani approfittarono dei festeggiamenti per il ritorno in A per celebrare anche i 60 anni del club, organizzando tra l'altro una sfida tra i propri beniamini ed una selezione dei migliori calciatori londinese. Ad un tale entusiasmo popolare, però, non faceva all'epoca riscontro una stabilità societaria altrettanto importante. Il presidente Cauvin lasciò infatti la presidenza, mentre in società entrano nomi importanti dell'imprenditoria locale quali Edoardo Garrone, Mario Scerni e Ugo Valperga. La prima “pietra” della squadra che avrebbe affrontato il massimo campionato venne posta con l'ingaggio del tecnico ungherese Sarosi, ex-fuoriclasse del Ferencvaros. E proprio Sarosi suggerì alla nuova dirigenza rossoblù il nome di un giocatore su cui puntare il mirino: Juan Alberto Schiaffino. I responsabili della società, però, non parvero convinti della bontà dell'affare, forse anche spaventati dall'eccessivo costo del giocatore.

 

"Pepe" Schiaffino, rossoblù mancato tra grandi rimpianti.

Così, mentre Schiaffino prendeva la strada di Milano rossonera, il Genoa si assicurava le prestazioni dei vari Larsen, Bennike e Carapellese, ovvero di giocatori comunque di ottimo livello capaci, con il passare delle giornate, di traghettare la squadra, pur sempre una neo-promossa, ad una tranquilla salvezza. A livello societario, però, non c'era pace ed alla vigilia del successivo torneo 1954/'55 andò in onda l'ennesimo “terremoto”, con la nomina del commissario straordinario Aldo Galletto. In ogni caso, pur potendo contare su acquisti di non primissimo piano, Sarosi riuscì a costruire una compagine in grado di esprimere un gioco assai piacevole e capace di impreziosire un non esaltante undicesimo posto finale con alcune vittorie di prestigio (su tutte quelle ottenute contro Inter e Juventus).
L'anno successivo in fase di campagna acquisti la società dimostrò di avere quanto meno buon fiuto. Venne infatti ingaggiato il centrocampista Gunnar Gren, ex-componente del trio delle meraviglie milanista Gre-No-Li ed ormai trentacinquenne. A dispetto dell'età, però, Gren, detto il “Professore” per la classe e la saggezza tattica con cui sapeva guidare la squadra, aveva ancora parecchio da dare al calcio. E così, unitamente ai confermati Larsen, Frizzi, Carapellese, Becattini, Carlini e Gandolfi, il fuoriclasse svedese consentì al Genoa di disputare, agli ordini del tecnico Magli, un discreto campionato, ricco di diversi successi importanti soprattutto tra le mura amiche del Ferraris.

 

Becattini, ancora tra i punti di forza del Genoa.

Da ricordare, in particolare, la vittoria per 3-1 conquistata in occasione dell'ultima giornata di campionato contro la corazzata-Fiorentina, laureatasi campione con largo anticipo ma che proprio a causa di quella sconfitta non riuscì ad eguagliare il record di zero sconfitte in una stagione, detenuto proprio dal Genoa edizione 1922/'23.
Terminata quella stagione, il Genoa si tuffò nel calderone del calciomercato con la voglia di piazzare un colpo importante. E la cosa riuscì. Nell'estate del 1956, infatti, grazie anche all'intervento finanziario di Arnaldo Piaggio, il Grifone “mette le mani” su Julio Cesare Abbadie, vale a dire uno dei quattro-cinque atleti più forti della storia del club.
Mezzala dotato di classe, personalità, genio e visione di gioco, Abbadie incantò fin dalle prime apparizioni il popolo genoano, senza però riuscire a far spiccare il volo alla squadra. Ma questo non per colpa sua. Per fargli spazio la società aveva dovuto rinunciare sia a Gren che a Larsen ed inoltre l'ingente esborso sostenuto per portare a Genova l'uruguaiano non aveva permesso altri investimenti di una certa entità. Il Genoa risultò quindi, malinconicamente, una compagine formata da atleti di non eccelsa levatura con l'aggiunta di un autentico fuoriclasse, tanto che alla fine la conquista della salvezza fu l'unico traguardo possibile. Ed anche l'anno successivo le cose non cambiarono di molto. Dopo un inizio di stagione assai deficitario, l'arrivo di Frossi in panchina al posto di Magli risollevò almeno in parte il Grifone, che concluse il torneo al dodicesimo posto.

 

Annibale Frossi in maglia azzurra. Miope, giocò per tutta la carriera con gli occhiali inforcati. Questo non gli impedì di segnalarsi come ottimo attaccante e buon realizzatore.

Ancora una volta le magie di Abbadie, unite alle giocate di Frignani e Barison, non furono sufficienti ad accompagnare la compagine verso posizioni di classifica più dignitose.

 

Ancora un'importante contributo storico: Olimpiadi del 1936, Frossi, attaccante azzurro, segna una rete agli Usa. L'Italia copnquisterà la medaglia d'oro, mentre lo stesso Frossi si laureerà capocannoniere.


La stagione appena conclusa aveva messo in mostra pregi e difetti del Genoa edizione 1957/'58, vale a dire attacco micidiale e difesa colabrodo. Fu così che nell'estate del '58 il presidente Gadolla provò a “limare gli angoli”, ingaggiando il portiere Ghezzi dall'Inter ed il difensore Magnini dalla Fiorentina (entrambi ex-nazionali). Il risultato fu però ancora una volta il raggiungimento di una salvezza sostanzialmente tranquilla e nulla più. La delusione per le poche soddisfazioni sportive ottenute e forse anche altri motivi portarono così Gadolla a prendere seriamente in considerazione l'ipotesi di abbandonare la poltrona presidenziale. Il successivo ripensamento portò comunque con sé una campagna acquisti tutt'altro che faraonica, nel corso della quale giunsero a Genova solo calciatori di livello mediocre. Se a ciò si aggiunge il fatto che, durante le vacanze estive, Abbadie ebbe una ricaduta della forma di pleurite che lo aveva già costretto ad una lunga assenza la stagione precedente, il panorama appare completo!

 

Troppo importante per il Grifone il contributo di Julio Cesar Abbadie. In questa foto ilo fuoriclasse argentino è il terzo da sinistra, in piedi.

Ed infatti i rossoblù conobbero, alla fine di un torneo tormentato e sofferto anche a causa di numerosi avvicendamenti in panchina, la terza retrocessione della propria storia. Tutto questo nonostante a difesa della porta genoana fosse arrivato ad inizio stagione il portiere della nazionale Lorenzo Buffon. Unico episodio da ricordare in quella annata fallimentare fu la vittoria conquistata dal “Grifo” a Marassi contro l'Alessandria di un giovanissimo Rivera (rete di Abbadie nel finale), cui assistette, tredici giorni prima di morire di malaria, il grande Fausto Coppi. I guai, però, non vengono mai soli. E così il Genoa, già messo piuttosto male a causa della retrocessione, subì anche una condanna per frode sportiva (l'accusa fu di tentata corruzione ai danni dell'Atalanta) e venne così penalizzato di 10 punti in vista del successivo torneo di B. La riduzione a sette punti, concessa alcuni mesi dopo la prima sentenza a seguito di ricorso inoltrato dalla società, non fu in realtà di grande aiuto per un club che doveva raccogliere, a tutti i livelli, ogni energia disponibile nel tentativo di risalire subito nella massima serie.