THE RED BLUE LEGEND

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GLI ANNI '40

 

Contrariamente a quanto accaduto durante la Grande Guerra, il nuovo ingresso da parte dell'Italia in un conflitto mondiale non comportò la sospensione del campionato di calcio. Pur potendo contare s un numero limitato di rinforzi (tra questi Tavoletti e Chizzo) il Genoa partecipò dunque al massimo torneo nazionale. Sulla panchina rossoblù non poté però più sedere Garbutt, allontanato dopo l'inizio delle ostilità belliche in quanto inglese. Il suo posto venne preso dall'eterno Ottavio Barbieri, che guidò la squadra alla conquista di un nono posto certamente non di gradissimo prestigio ma comunque reso più dolce da alcune imprese di un certo valore (ad esempio la doppia vittoria contro il Torino e quella “singola” contro la Juventus). Nel Luglio del 1941 si chiuse anche la stagione di Culiolo alla guida del grifone: al suo posto, sul ponte di comando, si insediò il commissario straordinario Nino Bertoni. E la ventata di freschezza portata dal nuovo massimo dirigente risultò subito salutare per il club. Affidata la panchina a Guido Ara, Bertoni portò a Genova Allasio, Trevisan, Ispiro (che sarebbe risultato poi il bomber principe della squadra con 17 reti) e Sain. E l'ennesima serie di risultati di prestigio conquistati (vittorie contro la Roma, “cappotto” per 6-1 all'Ambrosiana e 4-0 alla Fiorentina e, ultimo ma non ultimo, derby “strappato” all'ultimo secondo al Liguria) per una volta non rappresentarono solo una modesta consolazione: il Genoa chiuse infatti la stagione al quarto posto. Nell'anno seguente, poi, il prestigioso piazzamento venne bissato, corredando il tutto con con le vittorie a spese di Bologna, Ambrosiana, Roma e Milan. Ad aggiudicarsi il titolo fu il Torino che, acquistati Valentino Mazzola e Loik dal Venezia, stava aprendo il ciclo vincente che sarebbe stato interrotto solo dalla tragedia di Superga. In casa rossoblù vanno ricordate anche le 20 reti stagionali messe a segno dal goleador Trevisan. A quel punto, però, visti gli sviluppi del conflitto mondiale, il campionato dovette essere interrotto, almeno con riferimento alla formula allora utilizzata. Vennero per contro organizzati tornei a livello locale, tra cui spiccò il campionato di Guerra dell'Alta Italia, suddiviso in gironi regionali. E proprio quest'ultima manifestazione vide la sorprendente vittoria finale dei Vigili del Fuoco di La Spezia, capaci di superare brillantemente la fase eliminatoria e di sconfiggere in finale il blasonato Torino. A guidare i liguri, per la cronaca, era Ottavio Barbieri, che in quella stagione adottò a livello tattico un'evoluzione dello schema in voga in quegli anni (il famoso “sistema”), divenuta in seguito nota come “mezzo sistema”. Quella variante apparve all'epoca molto meno rivoluzionaria di quanto non si sarebbe rivelata in seguito. Barbieri, infatti, dovendo fare i conti con atleti provato da fame e privazioni figlie del periodo bellico, organizzò la propria squadra con marcature strette, difesa ermetica ed un uomo a protezione del portiere. Solo molto tempo dopo si sarebbe parlato di “libero” e “catenaccio”, la cui paternità venne attribuita a diversi tecnici ma non a colui che l'avrebbe davvero meritata, ovvero proprio Barbieri.

 

Ottavio Barbieri guidò, in qualità di tecnico, i Vigili del Fuoco di La Spezia alla vittoria di uno scudetto mai riconosciuto.

In attesa della ripresa del campionato, terminata la guerra il Genoa “scaldò” i motori partecipando alla Coppa Città di Genova, in cui incontrò Liguria, Itala e le squadre delle Marine Militari italiana e tedesca. Il primo posto finale fu appannaggio dei rossoblù, che dimostrarono così di essere pronti per confrontarsi nuovamente con i tradizionali avversari di tante sfide calcistiche. Riconquistata l'antica denominazione di Genoa Cricket and Football Club, accantonata forzatamente durante il periodo fascista, la società passò sotto la guida di Antonio Lorenzo, imprenditore piemontese. Il rientro alla base di molti dei protagonisti del “Grifo” di un paio di stagioni prima (Bertoni, Sain, Genta, Neri) non riavvolse però il film del tempo: anche l'avvicendamento in panchina andato in scena a metà stagione, con l'ungherese Viola sostituito da Barbieri, non evitò il piazzamento al terz'ultimo posto del girone Alta Italia (che faceva da contraltare a quello del Centro-Sud). Qualche nota positiva può essere trovata, in ogni caso, anche in quell'annata. La mancata previsione di eventuali retrocessioni, intanto, evitò conseguenze ulteriormente pesanti per Bertoni e compagni. Inoltre i tifosi iniziarono ad apprezzare le doti di un difensore chiamato Fosco Becattini, che in seguito sarebbe divenuto una delle più grandi bandiere della storia del club, tanto da essere ancora oggi il secondo rossoblù di sempre (alle spalle di Gennaro Ruotolo) per numero di presenze (ben 425).

 

Fosco Becattini, soprannominato "Palla di gomma" per la propria agilità.

I non brillanti risultati ottenuti sul campo portarono ad un cambio al vertice della società. In veste di commissario straordinario fece così ritorno Edoardo Pasteur, la cui prima mossa fu quella di richiamare il “Mister” per eccellenza, Willia Garbutt. Ma il vero capolavoro venne realizzato in sede di campagna di rafforzamento della squadra. Cogliendo al volo il suggerimento dell'ex-rossoblù Ugo Magnifico, la dirigenza contattò e portò a Genova uno dei più grandi talenti della storia genoana, Juan Carlos Verdeal. Argentino di origini italiane, Verdeal aveva giocato in patria prima di esibirsi nel campionato brasiliano ed in quello venezuelano.

 

Juan Carlos Verdeal, probabilmente il più grande giocatore rossoblù di tutti i tempi.

Con 600.000 lire la talentuosa mezzala venne così acquistata, anche se prima di apporre la firma sul contratto il giocatore dovette sostenere un provino con modalità che non possono, ancora oggi, non far rimpiangere quel calcio così lontano nel tempo ed allo stesso tempo così unico. Sul terreno di allenamento, infatti, Garbutt “bombardò” con un'interminabile serie di cross Verdeal, il cui compito era quella di trafiggere, con tiri al volo precisi e potenti, un non più giovanissimo ma ancora atletico De Prà. Il provino diede ovviamente esito positivo ed attorno a quel superbo fuoriclasse, capace di improvvise accelerazioni in grado di scardinare qualsiasi difesa, si tentò di costruire una squadra che potesse puntare senza mezzi termini al titolo nazionale.

 

Edoardo Pasteur, uno degli artefici dell'acquisto di Verdeal.

Gli acquisti di altri (e decisamente meno bravi) calciatori sudamericani e l'arrivo dell'attaccante Della Torre permisero però al Genoa di assestarsi solo al decimo posto finale, in compagnia tra l'altro della neonata Sampdoria. Note liete furono comunque rappresentate dai 16 gol del citato Della Torre ed i 13 di Verdeal.
Il campionato successivo, stagione 1947/'48, non vide il Genoa compiere l'auspicato passo in avanti: i grifoni, al contrario, non andarono oltre il 12° posto finale. A consolare il neo-tecnico Allasio pensarono il solito Della Torre, autore di ben 18 reti, e Brighenti, a segno in 16 occasioni. Determinante, nel valorizzare la vena realizzativa dei due bomber, furono comunque ancora gli assist di Juan Carlos Verdeal.

 

Il Genoa 1947/'48.

Lasciate alle spalle le due ultime stagioni di transizione, però, il Genoa parve imboccare la strada giusta per giungere al tanto agognato “decimo sigillo”. Rinforzata con gli innesti di Tortarolo, Koenig, Mazza e Verrinz, la squadra disputò un girone di andata a dir poco “mostruoso”, conquistando il titolo di campione d'inverno (approfittando, per la verità, del fatto che il Torino doveva recuperare una partita). La seconda parte della stagione non fu però altrettanto positiva ed il “Grifo” dovette accontentarsi del 7° posto finale, rimasto comunque in seguito il miglior piazzamento dal secondo dopoguerra fino all'impresa del Genoa targato Osvaldo Bagnoli dell'inizio degli anni '90. Da segnalare, comunque, il fatto che il finale del torneo 1948/'49 andò in scena in un clima “irreale”, con un intero Paese a piangere la morte dei componenti della rosa de “Grande Torino”, volati dal cielo alla leggenda il 4 Maggio del 1949. E proprio al Genoa toccarono l'onere e l'onore di incontrare il Toro subito dopo la tragedia. In segno di grande lealtà, come del resto fecero i successivi avversari dei torinese, oppose ad una compagine composta dai granata “superstiti” e da alcuni giovani del vivaio la propria formazione “Primavera”.
La comunque brillante stagione appena terminata avrebbe dovuto a quel punto spingere la dirigenza genoana a completare in qualche modo il lavoro in buona parte già svolto. Ed invece il presidente Poggi ingaggiò un trio di sudamericani (Boyé, Aballay e Alarcon), trovandosi conseguentemente a dover rinunciare a Verdeal per non sforare il tetto massimo di calciatori stranieri che era possibile tesserare.

 

L'avventura rossoblù di Verdeal si conclude nell'estate del 1949.

La coppia di fenomeni formata dallo stesso Verdeal e da Boyé (unico dei tre nuovo acquisti a poter essere realmente considerato un campione) non poté dunque mai scendere in campo al cospetto dei tifosi genoani, che per molti anni, in seguito, continuarono a fantasticare in merito a quali traguardi avrebbe potuto raggiungere la squadra qualora avesse potuto contare su quel duo da sogno. Quel che è certo è che la piccola rivoluzione varata da Poggi non portò risultati positivi. Tanto che se nella prima parte della stagione la stella di Boyé, ala veloce e potente, illuminò il cielo del Grifone (12 reti in 18 incontri rappresentarono il suo bottino), la successiva fuga del talento argentino in patria a metà stagione (causata, si dice, dalla nostalgia della moglie per la “dolce vita” di Buenos Aires) privò la rosa dell'uomo migliore.

 

Mario Boyé ed il Grifone: un idillio durato solo pochi mesi.

Il valzer dei tecnici che andò poi in onda nel corso della stagione (sulla panchina rossoblù sedettero Allasio, poi l'inglese Astley, poi ancora Allasio ed infine Manlio Bacigalupo) non giovò alla squadra, che terminò la stagione all'undicesimo posto. I tentativi di far rientrare Verdeal dopo averlo “naturalizzato” permisero al Genoa di schierare la mezzala solo a fine campionato, in occasione di una tourneé in sudamerica che ebbe il solo effetto di stravolgere i piani legati alla preparazione tecnico-atletica in vista della successiva stagione. E così, ceduti i vari Aballay e Alarcon e soprattutto varata una serie di operazioni di mercato poco lungimiranti, Poggi costruì una squadra che, a dispetto degli innesti di Mellberg, Nilsson e Tapper (comunque piuttosto deludenti durante l'esperienza genovese), rimase invischiata da subito nelle posizioni di bassa classifica. La stagione si concluse così con la seconda retrocessione in B della propria storia da parte del Genoa e con un nuovo decennio che si apriva con un solo, categorico imperativo: risalire al più presto la china.

 

 Il Genoa edizione 1949/'50.