THE RED BLUE LEGEND

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GLI ANNI '30
 

“Mi sono immerso nell’acqua, sono sceso in basso dove non c’era più luce, ho sentito le forze che mi abbandonavano. Quando ho toccato con i piedi il fondo ho capito che, con le poche forze che avevo ancora, sarei riuscito a risalire”. (L.P.)
 

Il tecnico ungherese Czecagny, già al timone della squadra da alcuni mesi, venne ufficialmente messo a contratto dal Luglio del 1930. Il Grifone, sfumato l'aggancio all'Inter in campionato e riposti momentaneamente nel cassetto i propri sogni di gloria (leggi conquista dello scudetto), si tuffò anima e corpo in un nuovo impegno europeo, che lo vide oposto ancora una volta al Rapid Vienna in Coppa Europa. Al pareggio per 1-1 maturato nell'incontro casalingo fece però da contraltare una sonora sconfitta (1-6) in Austria, con ovvia eliminazione dalla competizione. Per completezza è bene precisare che quel Rapid era un vero e proprio “carro armato”, tanto che da lì a qualche mese si sarebbe aggiudicato il prestigioso trofeo finale. A quel punto il nuovo presidente Vincent Ardissone (in carica dal 1928) prese la ferma decisione di rafforzare la squadra e, forse inconsciamente, fece il primo passo verso un mercato che in seguito (e sotto molte altre gestioni societarie) avrebbe regalato al Genoa i più grandi fuoriclasse della propria storia ultracentenaria. Nell'impossibilità di tesserare, per regolamento, calciatori stranieri “tout-court” e stante anche la difficoltà di reperire talenti in Italia, Ardissone puntò infatti il proprio mirino verso il Sudamerica, dove si esibivano ottimi atleti che, pur possedendo passaporto estero, avevano almeno un genitore italiano (si trattava dei cosiddetti “oriundi”). Questo consentiva di aggirare (legalmente) le restrizioni imposte dalla Federazione Italiana. Ed il primo obiettivo venne individuato in un campione di valore assoluto. Si trattava di Guillermo Stabile, bomber veloce e potente, soprannominato “El Filtrador” per la naturale capacità di trafiggere le difese avversarie. Acquistato dall'Huracan, Stabile, fresco di titolo di capocannoniere ai campionati mondiali di quell'anno con 8 reti, giunse a Genova a bordo della nave “Conte Rosso” e venne accolto in porto da una folla festante. Il suo esordio in campionato fu trionfale, con 3 gol segnati al Bologna in uno stadio di Marassi traboccante di entusiasmo.

 Guillermo Stabile detto "El Filtrador".

 Il Genoa mise poi in fila una buona serie di risultati utili consecutivi, ma la sfortuna, come spesso è accaduto nella storia del “Vecchio Balordo”, era in agguato. Il nuovo idolo rossoblù si fratturò una gamba durante un incontro amichevole disputato contro l’Alessandria (fatale fu uno scontro di gioco con il portiere avversario) e la squadra si ritrovò di colpo a dover fare a meno della propria punta di diamante. Nonostante ciò i grifoni si difesero bene, tanto da conquistare il quarto posto finale e da impreziosire il proprio campionato con alcune vittorie contro avversari di grande blasone (leggi Torino, Milan e Ambrosiana). Nella stagione successiva (1931/’32), covando il (nemmeno troppo segreto) desiderio di riportare a Genova mister Garbutt, la società affidò la guida della prima squadra all’ex-bandiera Burlando. Ma l’avvio del torneo non fu all’altezza delle aspettative, tanto che dopo la sconfitta casalinga contro l’Ambrosiana ci furono veementi contestazioni da parte della tifoseria. Lo stesso Burlando venne così esonerato per far posto al britannico Rumbold, anche se la musica non cambiò granché. Anzi, ai fini della conquista dell’11° posto finale di rivelò fondamentale il ritorno, questa volta in veste di calciatore, proprio di Luigi Burlando, che nelle ultime partite riuscì, a dispetto dei 33 anni suonati, a puntellare da par suo la difesa rossoblù e ad evitare che il “Grifo” si trovasse invischiato in zona retrocessione. Nell’estate del 1932, così, il presidente Ardissone decise di smantellare la squadra che così tanto aveva deluso i propri tifosi, liberandosi di vere e proprie bandiere quali Barbieri e Levratto, con Giovanni De Prà che avrebbe lasciato il calcio giocato pochi mesi più tardi.

 

Felice Levratto dice addio al Genoa al termine della stagione 1931/'32.

Gli arrivi di Godigna e dell’argentino Ganduglia, in ogni caso, si dimostrarono comunque sufficienti a raddrizzare, almeno in parte, la proverbiale baracca, tanto che i rossoblù giunsero ottavi alla fine del torneo. Episodio importante di quella stagione fu però rappresentato da quanto accadde a Gennaio del 1933, allorché, nell’ambito dei festeggiamenti per i 40 anni del Genoa Cricket and Football Club, vennero inaugurate la nuove tribune e la gradinata nord dell’impianto di Marassi. E proprio quell’anno (precisamente il 1° Gennaio del 1933) lo stadio venne intitolato a Luigi Ferraris, calciatore rossoblù dei primi anni del ‘900 caduto in battaglia durante la Prima Guerra Mondiale.

 

Un Genoa edizione anni '30: tra gli altri si riconoscono De Vecchi e mister Garbutt.


La gioia per il nuovo impianto e la conseguente “onda lunga” di entusiasmo che si riversò sulla squadra esaurirono però presto il proprio effetto. Alla vigilia del via della stagione 1933/’34 la guida tecnica venne affidata all’ungherese Giuseppe Nagy, anche se le novità più rilevanti (e purtroppo maggiormente decisive, si ebbero a livello societario, con le dimissioni del presidente Ardissone e la nomina a commissario straordinario del generale della Milizia Alessandro Tarabini. Quest’ultimo, di fronte ad una serie piuttosto lunga di risultati negativi da parte della squadra, ormai lontana parente di quella che aveva sfiorato l’aggancio all’Inter solo pochi anni prima, non trovò nulla di meglio da fare che utilizzare il “pugno di ferro”, minacciando in diverse occasioni provvedimenti piuttosto pesanti. Le conseguenze furono a dir poco disastrose. E così, nonostante la rosa a disposizione del tecnico magiaro non fosse poi così male, il Genoa terminò il campionato al penultimo posto e, per la prima volta nella propria storia, conobbe l’onta sportiva della retrocessione. A quella enorme delusione fece da contraltare la vittoria, prima in assoluto, della Nazionale azzurra in un campionato mondiale di calcio.
Toccato il fondo, come dicono i vecchi saggi, non restava altro che risalire. Si rese però necessario una sorta di “rimpasto” che interessò il club a tutti i livelli. Il ruolo di presidente, allontanato il generale Tarabini, venne assunto dall’imprenditore marittimo Alfredo Costa, uomo appassionato ed innamorato del Genoa. Sul campo, ai confermati Sala e Bonilauri vennero affiancati i neo-acquisti Vignolini e Dusi, La guida tecnica venne infine affidata a Vittorio Faroppa. La squadra, già forte così, trasse ulteriore giovamento dall’innesto, successivo all’inizio della stagione, del talento argentino Libonatti alla guida dell’attacco e da quello di De Vecchi in panchina proprio al posto di Faroppa (esonerato all’incirca a metà stagione). Il risultato finale fu un primo posto che garantì al “Grifo” l’immediato ritorno nella massima divisione. Massima divisione che richiedeva una robusta… trasfusione di “sangue” fresco. E così fu. Dal Sudamerica giunsero a Genova i vari Evaristo, Orlandini, Scaglia, Capuano e soprattutto Figliola, centrocampista di valore assoluto. Con l’aggiunta  degli stranieri già in rosa e con l’arrivo successivo della punta Ponzinibbio nacque così un Genoa assai poco “autarchico”, guidato tra l’altro in panchina dall’ungherese Orth. Fu quella una classica stagione di assestamento per i rossoblù, che si tolsero la soddisfazione di cogliere alcune vittorie prestigiose e terminarono comunque il torneo con un buon ottavo posto finale. Ripresa “confidenza” con la massima divisione, il Genoa si trovò di colpo a dover fare a meno dell’amato presidente Costa, costretto a lasciare il proprio incarico per motivi di salute. Il suo posto venne preso da Juan Claudio Culiolo, argentino di nascita ma genovese di adozione, uomo d’affari assai ambizioso che ricopriva in realtà da tempo incarichi minori all’interno della società. Alla definitiva decisione di prendere in mano le redini del Grifone contribuì in modo determinante la pressione esercitata da alcuni uomini di potere liguri, ai quali Culiolo rispose positivamente non prima di aver ottenuto un’interessante contropartita. Quest’ultimo, infatti, chiese ed ottenne una sorta di esclusiva per l’importazione in Liguria di carbone dalla Polonia. Ma dallo sviluppo degli affari del nuovo massimo dirigente trasse beneficio anche il “Grifo”, i cui tifosi salutarono da lì a poco l’arrivo di diversi rinforzi di ottimo livello. Grazie agli investimenti di Culiolo, unitamente alle elargizioni di alcuni soci del club (leggi Gavarone, Thellung e Negrotto Cambiaso), la rosa venne rinforzata con gli acquisti di Bigogno, Perazzolo, Marchionneschi, Fasanelli, Scarabello ed Arcari III. Sotto la guida del tecnico Hermann Felsner (due scudetti vinti con il Bologna ed una promozione in A con la Sampierdarenese prima dell’esperienza genoana) i rossoblù giunsero quell’anno sesti in campionato e soprattutto conclusero la stagione con la vittoria della Coppa Italia, conquistata battendo in finale per 1-0 (rete di Torti) la Roma. La formazione che si aggiudicò il trofeo fu la seguente: Bacigalupo, Agosteo, Genta; Pastorino, Bigogno, Figliola; Arcari III, Perazzolo, Torti, Scarabello Marchionneschi.

 

Il Genoa vincitore della Coppa Italia nel 1937.

Culiolo, intanto, aveva trasferito la sede del club in Piazza De Ferrari, nei saloni di palazzo De Fornari. E siccome l’appetito vien mangiando, ilo mirino del massimo dirigente rossoblù si spostò su un obiettivo più corposo: il campionato. Prima, però, occorreva onorare la Coppa dell’Europa Centrale, antenata della Coppa delle Coppe e riservata alle squadre vincitrici delle coppe nazionali. Ed il “Grifo”, a dire la verità, inizio bene, superando in un doppio confronto il Gradjanski e segnando due reti all’Admira nella gara di andata in Austria. Al termine di quest’ultimo incontro, però, in campo scoppiò una gigantesca rissa che vide coinvolti diversi atleti delle due squadre e che portò alla successiva squalifica di entrambe le compagini. Il cammino europeo del Genoa si arrestò dunque ai quarti di finale ed alla dirigenza non restò altro da fare che concentrare i propri sforzi in direzione del rafforzamento della rosa in vista della nuova stagione alle porte. La rinuncia al tecnico Felsner permise il ritorno a Genova di William Garbutt, cui venne affiancato come vice Ottavio Barbieri.

 

Mister Garbutt.

I rinforzi furono pochi ma mirati: i vari Morselli, Barsanti e Servetti contribuirono infatti ad innalzare il tasso tecnico della formazione. Il terzo posto finale, piazzamento di assoluto prestigio, fu figlio di una stagione assolutamente positiva ma anche di un paio di sconfitte patite proprio nel finale di torneo, quando l’aggancio alla vetta sembrava ancora possibile. All’attivo del Grifone, tra l’altro, vi fu quell’anno anche il platonico titolo di di secondo miglior attacco del torneo alle spalle dei campioni dell’Ambrosiana (50 reti contro 57). Sull’onda dell’entusiasmo per l’ottimo risultato ottenuto, Culiolo mise ancora mano al portafoglio, acquistando almeno una mezza dozzina di ottimi elementi, tra i quali spiccava il bomber Bertoni.
La stagione successiva si sprì ancora con il Genoa impegnato in Coppa Europa. Eliminati Sparta Praga e Rapid Bucarest, i rossoblù sconfissero a Genova anche lo Slavia prima di pagare un conto assai salato alla solita sfortuna. In occasione del match di ritorno contro i cechi, Bertoni si infortunò seriamente, lasciando in compagni in dieci e condannandoli all’eliminazione. Ma quel che è peggio è che il bomber si rese indisponibile per l’intera stagione (1938/’39). Se a ciò si aggiunge la “fuga” all’estero, andata in scena poche settimane più tardi, di Figliola e Servetti, spaventati dalle sempre più insistenti voci che indicavano l’Italia come vicina all’entrata in guerra, non risultò difficile prevedere, all’epoca, una stagione tutta in salita per il Grifone. Ed invece, contro ogni pronostico, il Genoa ebbe la forza di disputare un buonissimo torneo, giungendo quarto e soprattutto lanciando in prima squadra Vittorio Sardelli, futura bandiera genoana per molti anni. In più, poi, arrivò anche la vittoria della squadra riserve nel relativo campionato.
Un passo alla volta, il “Grifo” pareva dunque riavvicinarsi a quello scudetto che ormai da troppi anni mancava. Alla vigilia della stagione 1939/’40, all’ennesimo esborso economico dirigenziale sostenuto in sede di campagna acquisti fece da contraltare l’introduzione di una novità assoluta a livello tattico. Mister Garbutt, infatti, nel solco tracciato ormai da tempo da alcuni tecnici britannici all’avanguardia, decise di abbandonare il vecchio “metodo” per passare al più moderno “sistema”, che prevedeva la disposizione dei giocatori in campo in base allo schema detto “WM”.

 

Il Genoa edizione 1939/'40.

E gli inizi parvero promettenti, tanto che nonostante lo stesso Garbutt fosse stato costretto, alcune settimane dopo l’inizio del campionato, a rientrare in Inghilterra (vi rimase tra l’altro per diversi mesi) a causa di motivi familiari, il “vice” Barbieri istruì cosi bene i giocatori da far innamorare del nuovo schema anche il tecnico della nazionale italiana Vittorio Pozzo. Quest’ultimo convocò infatti ben sette atleti rossoblù (Marchi, Sardelli, Genta, Battistoni, Perazzolo, Neri e Scarabello) più Barbieri in qualità di proprio “secondo” in occasione dell’incontro amichevole disputato il 26 Novembre 1939 al Berlino contro la Germania. La vittoria dei tedeschi (rinforzati dai migliori calciatori austriaci in seguito alla famosa e famigerata “anschloss”, l’annessione dell’Austria alla Germania voluta da Hitler) per 5-2 determinò però il momentaneo accantonamento del nuovo modulo sia a livello di nazionale sia a livello di… vicende rossoblù. A metà stagione circa, infatti, anche il Genoa tornò all’antico, guadagnando subito in termini di equilibrio tattico. Una lunga serie di infortuni impedì ai genoani di battagliare per le posizioni di vertice ma non di conquistare un onorevole 5° posto finale. I tifosi rossoblù ebbero inoltre la possibilità di ammirare da vicino, nel corso di quel torneo, le doti del portiere Ceresoli, subentrato a campionato in corso al “malconcio” Fregosi. La sconfitta in occasione dell’ultimo atto della stagione, la finale di Coppa Italia persa a Firenze, non venne probabilmente vissuta in modo troppo amaro dai sostenitori di Neri e compagni semplicemente perché le preoccupazioni erano decisamente altre in quei giorni. Benito Mussolini aveva infatti appena dichiarato guerra a Francia ed Inghilterra.