THE RED BLUE LEGEND

Home
Chi siamo
La stagione
La storia del Genoa
I miti rossoblù
I grandi club
La libreria di RBL
I link
Rossoblù ovunque

 

 GLI ANNI '20
 

Il 1920 si aprì con un'importante novità a livello societario. Geo Davidson cedette infatti la carica di presidente a Guido Sanguineti, anche se lo scozzese restò comunque nei quadri societari ancora per diversi anni. Il cambiamento portò come conseguenza l'addio di alcuni dei punti di forza della squadra (particolarmente doloroso, a livello tecnico, fu quello a Santamaria) e la squadra ne risentì al punto da ottenere nella prima fase della stagione 1920-21 risultati ampiamente negativi. Il successivo ritorno di Walsingham e De Vecchi, però, permise ai rossoblù di riprendersi decisamente nella seconda parte della stagione e la conquista delle semifinali, viste le premesse, venne comunque accolta come un risultato sostanzialmente positivo.

 

Giovanni De Prà, il più grande portiere rossoblù di sempre.


Sebbene il neo-presidente genoano, in ogni caso, non avesse le disponibilità finanziarie del predecessore, certamente era uomo saggio. Fu così che facendo tesoro delle esperienze negative maturate nella stagione appena terminata, si mise sulle tracce di diversi giovani virgulti che nel campionato precedente si erano messi in evidenza proprio ai danni del Genoa. Pescando dunque soprattutto nelle società minori cittadine, nell'estate del 1921 giunsero ad indossare la casacca rossoblù ragazzi che in seguito sarebbero divenuti dapprima uomini ed in seguito bandiere del “Grifo”. Dalla Spes vennero così prelevati il portiere De Prà ed i difensori Moruzzi e Morchio, mentre dall'Andrea Doria arrivò Luigi Burlando, già citato nei precedenti capitoli quale esempio di atleta polivalente (era stato nazionale di calcio e pallanuoto alle Olimpiadi del 1920 e seppe in seguito disimpegnarsi bene anche come schermidore). L'ultimo “colpo” targato Sanguineti fu l'acquisto di Edoardo Catto, attaccante che ancora oggi è considerato uno dei migliori realizzatori della storia del Genoa. Catto rappresentò la classica ciliegina sulla torta che permise di affidare a Garbutt una squadra incredibilmente forte. Il successo pieno, però, non arrivò subito. Nella stagione 1921-'22, con la federazione italiana spaccata in due a causa di divergenze tra diversi suoi esponenti e con il Grifone a disputare un campionato senza i classici gironi regionali, i genovesi stritolarono praticamente tutti gli avversari nella fase eliminatoria e si trovarono a disputare la semifinale contro la Pro Vercelli godendo dei favori del pronostico. I pareggio a reti bianche conquistato sul difficile terreno di casa dei piemontesi portò probabilmente i rossoblù a considerare una semplice “passeggiata” il match di ritorno a Genova. Match nel quale, al contrario, prevalse proprio la Pro Vercelli (1-2), scesa in Liguria con grande voglia di compiere l'impresa. E l'entusiasmo suscitato dall'aver espugnato il campo di Marassi fu tale che i vercellesi batterono anche la Fortitudo Roma nella successiva finale e si laurearono campioni d'Italia per la settima volta. Il Genoa, nel leccarsi le ferite per l'ennesima stagione terminata senza l'agognato successo finale, poté comunque consolarsi con alcuni record stabiliti nel corso dell'annata. Il merito di uno di questi, per la verità, va interamente ascritto ai tifosi rossoblù, che, per la prima volta nella storia del football italiano, organizzarono una trasferta di massa: 500 di essi, infatti, si recarono (a bordo di un vecchio battello noleggiato per l'occasione) a Savona in occasione della sfida di campionato contro la squadra ponentina. Ma un'eco decisamente maggiore ebbe l'impresa sportiva di Luigi Burlando, che il 21 Maggio del 1922, in occasione dell'incontro tra Italia e Belgio disputato a Milano, riuscì nell'impresa di segnare una rete di testa da circa 50 metri, raccogliendo al volo un rinvio del portiere avversario Debic. Infine a riempire d'orgoglio giocatori e tifosi genoani contribuì quanto accadde subito dopo l'incontro disputato dal “Grifo” contro i maestri del Liverpool nel Giugno di quello stesso anno a Marassi. Dopo aver trionfato per 4-1, i “Reds”, come tutti i club britannici poco propensi, all'epoca, a concedere l'onore di una sfida diretta ai club italiani, affermarono pubblicamente che il Genoa era l'unico sodalizio, tra quelli affrontati, degno di giocare nel campionato di Sua Maestà. Proprio in occasione della sfida in questione, De Prà ebbe modo di conoscere il grande portiere Scott, il quale gli svelò alcuni segreti relativi soprattutto ai metodi di allenamento utilizzati dai “goalkeeper” inglesi. De Prà seppe in seguito fare tesoro di quei preziosi insegnamenti, divenendo uno dei migliori interpreti italiani di sempre nel ruolo.
Con il petto gonfio e con il cuore nelle rose per i complimenti ricevuti dai britannici, il Genoa si tuffò così anima e corpo nella stagione successiva. Gli arrivi del difensore Bellini e dell'attaccante Neri, uniti al rientro del regista Santamaria, resero ancora più forte una squadra che solo per un pizzico di superficialità aveva mancato il bersaglio grosso nella stagione precedente. E la riunificazione delle due ali contrapposte della federazione non fece altro che permettere ai rossoblù di imporre la propria supremazia sportiva su un numero ancora più elevato di avversari. Dopo aver dominato la fase eliminatoria sconfiggendo, tra le altre, Milan, Bologna e Juventus, il Genoa fece un sol boccone anche di Padova e Pro Vercelli, presentandosi al cospetto della Lazio in finale. Prima della gara di ritorno a Roma, tra l'altro, i genoani vennero ricevuti dal Papa e da Benito Mussolini, con quest'ultimo che incitò De Prà e compagni a battere la Lazio e dimostrare di essere i più forti. I Grifoni eseguirono, conquistando l'ottavo scudetto della propria storia al termine di un torneo letteralmente dominato (28 risultati utili consecutivi e zero sconfitte il bottino dei genoani). Quel Genoa, uno dei più forti di sempre, schierava De Prà in porta, Bellini e De Vecchi terzini, Barbieri-Burlando-Leale mediani e Neri-Sardi-Catto-Santamaria-Bergamino I in attacco (riserve Moruzzi, Costella e Mariani).

 

Alcuni dei protagonisti del Genoa campione 1922/'23: tra gli altri si riconoscono (da sinistra a destra) De Vecchi, Barbieri e Santamaria.

L'eco di quell'impresa fu tale che anche oltreoceano si accorsero del fenomeno-Genoa, tanto che la squadra venne ufficialmente invitata ad effettuare una tourneé in Sudamerica. Partiti a bordi della motonave Mafalda il 28 Luglio del 1923, i genoani, stanchi per la traversata atlantica durata un paio di settimane, persero la sfida contro una prima rappresentativa argentina ma si riscattarono subito dopo, vincendo la seconda sfida. Nello stadio Barracas, poi, davanti a 50000 spettatori, De Vecchi e compagni pareggiarono (1-1) contro la nazionale argentina grazie alla rete di Santamaria, che fece il paio con quella segnata da un avversario subito dopo il calcio d'inizio su assist... del sindaco di Buenos Aires. Quest'ultimo, infatti, preso dall'entusiasmo dopo aver dato il simbolico calcio d'inizio, non trovò nulla di meglio da fare che proseguire l'esibizione in campo davanti agli sguardi increduli degli uomini di Garbutt, fino a confezionare il passaggio vincente a vantaggio di un attaccante argentino! In seguito i rossoblù cedettero con l'onore delle armi all'Uruguay che da lì a pochi mesi si sarebbe laureato campione olimpico.

 

Il Genoa edizione (vincente) 1922/'23.


L'anno successivo, stagione, 1923/'24, il rullo compressore-Genoa non arrestò la propria corsa. Pur non risultando letale come nell'annata precedente, il “Grifo” superò il girone iniziale (di prestigio la duplice vittoria contro Inter), si sbarazzò in seguito del Bologna e trionfò nella doppia finale nazionale contro il sorprendente Savoia di Torre Annunziata. Il successo fu reso ancora più dolce dal fatto che venne conquistato il 7 Settembre del 1924, ovvero nel giorno del 31° compleanno del Genoa Cricket & Football Club! Le imprese nazionale (ed internazionali) dei rossoblù convinsero il commissario tecnico della nazionale Vittorio Pozzo a convocare in azzurro diversi protagonisti del duplice scudetto. Tra questi, naturalmente, “saracinesca” De Prà, che, all'interno di una carriera eccezionale, conobbe una delle pagine più gloriose in occasione di una sfida giocata dall'Italia a Milano contro la forte selezione spagnola. In quell'incontro il portiere genovese parò letteralmente l'impossibile, mantenendo inviolata la porta azzurra e guadagnandosi a fine partita l'abbraccio ed i complimenti del mitico collega Zamora. Proprio in seguito a quella prestazione da incorniciare, De Prà venne premiato con una medaglia d'oro dal “Guerin Sportivo”.
All'inizio della stagione successiva, nel Settembre del 1924, i rossoblù si presentarono al via del nuovo campionato con uno scudetto tricolore cucito sul petto: fu la prima volta che la squadra campione d'Italia esibì quel fregio.

 

Stagione 1924/25: sulla maglia del Genoa compare lo "scudetto".

L'annata si aprì con la novità (negativa) del ritiro di Sardi per raggiunti limiti di età, ma il Genoa seppe sopperire al meglio alla pesante rinuncia, tanto che la fase eliminatoria venne superata piuttosto agevolmente. Nella finale, disputata contro il Bologna, i genovesi trionfarono in Emilia ma si dovettero arrendere all'avversario in casa. Fu così che si rese necessaria la disputa della famosa “bella”. E l'incontro passò tristemente alla storia per via di uno dei furti più famosi ed odiosi perpetrati ai danni di una squadra di calcio. Sul campo neutro di Milano, infatti, con il Grifone in vantaggio per 2-0 grazie ai gol di Catto e Alberti (sostituto di Sardi), un folto gruppo di squadristi bolognesi strinsero letteralmente d'assedio il terreno di gioco, obbligando di fatto l'arbitro a dirigere l'incontro in condizioni estreme. Nella ripresa, dopo che De Prà aveva deviato in angolo con un gran balzo un tiro bolognese, le “squadracce” entrarono in campo chiedendo l'assegnazione della rete al Bologna. L'arbitro rimase fermo sulla propria posizione per quasi un quarto d'ora, ma poi, più volte minacciato, convalidò la rete. A pochi minuti dalla fine, poi, Schiavio realizzò il 2-2 senza che il direttore di gara ravvisasse gli estremi dell'irregolarità nella trattenuta di Pozzi che aveva impedito a De Prà di opporsi alla conclusione vincente dei felsinei. A quel punto i genoani si rifiutarono, vista la situazione, di rientrare in campo per i supplementari, ricevendo peraltro rassicurazioni dal direttore di gara circa il fatto che sul referto ufficiale l'incontro sarebbe stato dichiarato terminato al momento dell'invasione di campo (e dunque con la vittoria del Genoa a tavolino). L'ombra lunga di Leandro Arpinati, però, gerarca fascista bolognese e personaggio di spicco della federazione calcio italiana, contribuì in maniera decisiva a far sì che il referto riportasse alla fine l'omologazione del risultato.

 

Il bomber Catto.

La successiva “bella”, disputata a Torino il 5 Luglio si chiuse ancora in parità (1-1), ma a fare notizia furono i disordini andati in scena dopo la fine della gara alla stazione Porta Nuova, dove alcuni sostenitori bolognesi spararono colpi di pistola verso i genoani, ferendo tra l'altro uno di essi. La società rossoblù, a quel punto, presentò un reclamo e si rifiutò di disputare altre finali almeno fino a dopo l'estate e con il benestare della federazione concesse ai propri atleti di partire per le vacanze. Il 17 di Agosto, però, la stessa federazione, senza alcun preavviso, ordino che la rivincita venisse disputata il giorno successivo (!) alle 7 di mattina in uno stadio della periferia milanese ed a porte chiuse. Vista la minaccia di radiazione della società in caso di rifiuto, i dirigenti rossoblù richiamarono in fretta e furia i calciatori (ormai tutti alle prese con i ritmi “dolci” del periodo feriale). Gli avversari, per contro, avevano continuato ad allenarsi dietro indicazione del solito Arpinati. Il Bologna sconfisse così i genoani per 2-0, ma gli uomini di Garbutt, a dispetto della condizione fisica non ottimale, si batterono come leoni fino all'ultimo minuto di gioco. I felsinei alzarono al cielo il trofeo. Ma nulla poterono fare per cancellare l'alone di vergogna che ancora oggi avvolge quella meschina vittoria.

 

Ancora Catto in azione in area avversaria.


Il furto perpetrato ai danni del Grifone ebbe certamente l'effetto di far nascere una grande voglia di rivincita nell'animo dei giocatori rossoblù. E l'arrivo di un attaccante formidabile di nome Felice Levratto pareva regalare ulteriori speranze all'ambiente genoano. Levratto, in particolare, prelevato nel 1925 dal Vado con il quale aveva conquistato la prima edizione della Coppa Italia, era un bomber dotato di potenza e resistenza eccezionali. E famosi divennero in seguito alcuni suoi gol realizzati con sfondamento della rete delle porte. Ma a fare da contraltare all'acquisto di una simile “forza della natura” ci furono i ritiri dall'attività da parte di Santamaria, Leale e Bergamino ed il passaggio di Bellini all'Inter. Nell'anno successivo, poi, venne introdotta la novità dei contratti stipulati a tutti gli effetti tra società calcistiche e calciatori (il solo De Prà non appose la propria firma, preferendo rimanere a tutti gli effetti “dilettante”), ma la cosa non giovò più di tanto al “Grifo”, che nel 1925-'26 e nel 1926-'27 giunse alla fase finale del campionato senza andare oltre, rispettivamente,  ad un terzo a quarto posto. Da segnalare, comunque, che nel Marzo del 1927 i Genoa divenne la prima compagine calcistica “volante” d'Italia: i rossoblù, infatti, si recarono a Roma per l'incontro con L'Alba a bordo di due idrovolanti.
Il Paese, intanto, si trovava nel pieno del “ventennio” fascista e gli effetti della lenta instaurazione di un nuovo regime iniziarono a farsi sentire anche sul vivere quotidiano. Ed in molti casi sui simboli di ciò che agli occhi dei fascisti poteva rappresentare una minaccia. Fu così che il Genoa si vide costretto dapprima a “sporcare” il proprio storico stemma con l'inserimento del fascio littorio e successivamente ad italianizzare la propria denominazione, che divenne Genova 1893 Circolo del Calcio. In quegli stessi anni il Milan divenne Milano mentre l'Internazionale divenne Ambrosiana Inter. Mister Garbutt, rimasto praticamente unico rappresentante straniero di un Grifone ormai autarchico, fu intanto costretto a rassegnare le dimissioni ed a passare il testimone a De Vecchi, che dopo una stagione da allenatore-giocatore assunse dal 1929 l'incarico di tecnico a tutti gli effetti.

 

Mister Garbutt.

Nel 1927, intanto, venne approvato il progetto di ristrutturazione dello stadio di Marassi, che prevedeva la sostituzione della vecchia struttura in legno con una in cemento e l'ampliamento della capienza dell'impianto a 30000 posti circa (i lavori ebbero inizio e terminarono nel 1934). Ed anche il campionato conobbe una sorta di “ristrutturazione”, dal momento che le due leghe (nord e sud) vennero abolite e sostituite da due gironi nazionali ed un girone finale. Nel 1927-'28, come accaduto in moltissime altre occasioni, il torneo si aprì in maniera estremamente positiva per il Genoa, capace di conquistare ben 19 punti in 10 partite. Nel girone finale, però, gli uomini di De Vecchi non seppero imporre la propria legge fino in fondo, anche se il secondo posto finale alle spalle del Torino, conquistato soprattutto grazie alle reti del bomber Levratto, non va certamente sottovalutato. L'anno successivo, con la formula del campionato ancora modificata a causa della partecipazione di un numero superiore di squadre rispetto al passato, il “Grifo” non andò oltre il quarto posto nel girone eliminatorio, salutando a fine stagione Catto, ritiratosi a seguito di un infortunio al menisco. Per quest'ultimo, in, particolare, non fu evidentemente possibile ripetere quanto fatto per l'attaccante Alberti alcuni anni prima, allorché il quest'ultimo, lasciato libero dall'Inter per un problema proprio al menisco, venne sottoposto ad un intervento chirurgico di assoluta avanguardia e consegnato, dopo pochi mesi, abile ed arruolato a mister Garbutt.
Poco prima del termine della stagione 1928-'29, in ogni caso, il Genoa ebbe l'onore di partecipare alla Coppa Europa, antenata dell'odierna Coppa Uefa. Il doppio spareggio contro il Milan, infatti, non vide prevalere alcuna delle due compagini e, nell'impossibilità di organizzare una terza sfida, i rossoblù vennero favoriti dalla fortuna (episodio più unico che raro nella storia genoana) ed ebbero la meglio nel corso del sorteggio ufficiale. Il cammino europeo di Levratto e compagni, però, durò lo spazio di un solo incontro a causa dell'eliminazione patita al primo turno contro il Rapid Vienna (1-5 all'andata e 0-0 al ritorno a Genova). Quell'episodio rappresentò, tra l'altro, una sorta di “vendetta dell'ex”, dal momento che il tecnico del Rapid, Bauer, aveva indossato la casacca rossoblù tra il 1909 ed il 1914.

 

Felice Levratto, bomber dal tiro micidiale.


Si arrivò così alla stagione 1928-'29, che rappresentò un momento storico per il calcio italiano. Percorrendo la strada già tracciata da diversi altre nazioni europee, la federazione italiana varò il campionato a girone unico. Ed il Genoa trovò il modo di onorare adeguatamente la nuova formula disputando una stagione alla quale mancò solo la ciliegina (tutt'altro che trascurabile, peraltro) della vittoria finale. I rossoblù infatti, forti di una rosa di primissima qualità, giunsero alla terz'ultima giornata con soli due punti di distacco dalla capolista Ambrosiana. Il Grifone, in quell'annata, poteva contare su De Prà ancora tra i pali, i difensori Lombardo, Spigno e Albertoni, i mediani Barbieri e Moruzzi, i centrocampisti Gnecchi e Bodini e gli attaccanti Puerari, Banchero e Levratto.

 

Ottavio Barbieri, cuore e resistenza al servizio del Grifone.

Sull'onda dell'entusiasmo per il possibile aggancio da operare ai danni dei milanesi, i rossoblù si presentarono in Lombardia il 15 Giugno del 1930 a ranghi completi. La partita, però, finì per essere disputata in un clima surreale per via di quanto accadde ben prima del fischio d'inizio. A causa dell'enorme quantità di persone presenti sulle tribune del vecchio stadio di Via Goldoni, una parte degli spalti crollò sotto il peso della folla. I feriti furono 167 e gli stessi giocatori delle due squadre presero attivamente parte alle operazioni di soccorso ai malcapitati. Normale, dunque, come in seguito i ventidue in campo non potessero avere la lucidità e la concentrazione giuste per disputare un match così importante. Ed infatti la gara fu da subito pirotecnica. Il Grifone si portò in vantaggio per ben 2-0 grazie alle prodezze di Levratto e Bodini. Il nerazzurro Meazza accorciò le distanze ma una nuova rete di Levratto parve spegnere i “bollenti spiriti” lombardi. Ancora Meazza, però, portò il risultato sul 3-2. Ed al 10' della ripresa, approfittando della non perfetta forma fisica del sostituto di De Prà, Manlio Bacigalupo, infortunatosi in uno scontro di gioco, ancora Meazza siglò il 3-3. Nonostante tutto, però, il Genoa trovò le forse per emettere l'ultimo acuto, che avrebbe potuto cambiare radicalmente la storia di quel campionato. A cinque minuti dal termine Levratto venne atterrato nel cuore dell'area avversaria. Il signor Carraro, arbitro dell'incontro, indicò senza alcun dubbio il dischetto del rigore ed i rossoblù ebbero la ghiotta opportunità di riportarsi in vantaggio a pochi minuti dal termine. Lo stesso Levratto, però, bomber della squadra, non se la sentì di tirare il penalty e lasciò a Banchero, peraltro ottimo rigorista, l'onere e l'onore della trasformazione. Per completezza di informazione va aggiunto che alcuni sostengono come in realtà Levratto non avesse rinunciato a calciare la massima punizione per paura di sbagliare bensì per concedere al compagno l'opportunità di siglare una rete di fondamentale importanza. In ogni caso Banchero, come detto solitamente molto freddo in simili occasioni, si fece prendere dall'emozione e calcio il rigore sul fondo. L'incontro si chiuse in parità ed il “Grifo” fallì l'operazione-aggancio. A nulla servirono le successive vittorie conquistate dai rossoblù contro Livorno e Milan nei due ultimi turni di campionato. Anche l'Inter, infatti, fece bottino pieno in entrambi i match mancanti, aggiudicandosi il titolo di campione con 50 punti contro i 48 del Genoa, giunto secondo. Da segnalare, infine, che l'ultima parte di quella stagione vide impegnato in veste di allenatore del club il pittoresco ungherese Geyza Czecagny, subentrato a De Vecchi, anche se il suo ruolo di tecnico venne ufficializzato solo all'inizio del torneo successivo.