THE RED BLUE LEGEND

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GIANLUCA SIGNORINI
 

“Il Capitano e l'onda”.
 

"Non abbiate paura di quell'onda enorme, o miei marinai. Non saremo in pericolo fino a che avremo la forza di danzare sulla sua bianca cresta". (L.P.)

 

 

Il capitano sentì l'onda salire in alto, tanto in alto da toccare quasi il cielo. Non si voltò a guardarla, però. Non ne aveva bisogno. La sentì forte, inesorabile, nelle ossa e nello stomaco. La sentì nei muscoli ormai stanchi, in quelle vene nelle quali il sangue, misto al salino, scorreva con sempre maggior fatica eppure ancora con tanta forza. Il capitano sentì l'onda salire in alto e quella nube di vapore acqueo e sale che gli sfiorò la pelle gli parve enormemente simile ad un abbraccio. L'ultimo abbraccio. E fu così che per qualche istante, per una manciata di pochissimi ma infiniti secondi, tante immagini gli passarono davanti agli occhi. Al punto che, almeno per un momento, si ricordò che lui un marinaio non lo era in realtà mai stato. Un capitano, però, quello lo era stato. E, per Dio, quello era ancora. La sua casa, certo, on era mai stata il ponte di una nave, piuttosto si era sempre trovato a proprio agio su un prato, meglio se con la forma e le misure di un campo da calcio. Già, perché fin da giovane aveva deciso di fare il calciatore. Ed il proprio sogno lo aveva realizzato. La lunga gavetta, i terreni polverosi delle serie inferiori, poi i primi bagliori del successo con la casacca del Parma. In Emilia un condottiero dal futuro già scritto nelle stelle, Arrigo Sacchi, gli aveva affidato la guida della difesa. Lui aveva stretto i pugni, aveva urlato, rincuorato senza risparmiare fiato e sudore. Ed era diventato un esempio. Al punto che lo stesso Sacchi, qualche anno più tardi, avrebbe mostrato ad un certo Franco Baresi i filmati di quel piccolo grande capitano:”Devi muoverti in campo come fa lui”.
Intanto gli istanti si susseguivano, le immagini anche. La voglia di afferrare, di fare proprio il maggior numero possibile di queste ultime era straripante. Quasi come un'onda. Quasi come quell'onda. “Datemi quel capitano ed io vi porterò in serie A!”, aveva tuonato un giorno Franco Scoglio in una saletta di un aeroporto. Da allora l'orizzonte si era tinto del blu del mare e del rosso del cielo al tramonto. Il sudore, le urla, le rincorse fiere e disperate avevano trovato un nuovo ideale teatro, sorto tra quei fili d'erba calpestati un tempo dai miti Verdeal, Boyé, Abbadie. La pelle e la maglia erano diventati una cosa sola. Ed una cosa sola erano diventati il suo sguardo e quello della sua gente. Perché tanti calciatori rispondono al saluto dei propri tifosi con un cenno, con un altro saluto. Lui no. Quando lo stadio intero scandiva il suo nome, egli alzava lo sguardo verso chi lo invocava e, piegando le braccia, stringeva i pugni al petto:”Ci sono, sono qui per voi”, pareva dire. E, come per una sorta di magica osmosi, trasmetteva coraggio a migliaia di persone e da esse assorbiva forza. L'intreccio, lo scambio di energia che si sprigionava in quei momenti lo scuoteva come un fuscello in balìa di una tempesta. Ma, come per magìa, quando il vento si calmava quel fuscello era divenuto quercia. E dopo tanto viaggiare, dopo che la fatica e le battaglie avevano minato quel fisico un tempo asciutto e robusto, per un attimo il capitano non sentì più dolore. In ogni cellula del suo corpo sentiva solo e soltanto quell'onda ed a quell'onda tendeva nel tentativo di assorbirne tutta l'energia. Il vapore acqueo ed il sale, che fino a poco prima avevano disegnato un abbraccio leggero e crescente, si erano lentamente fusi insieme. L'onda lo aveva raggiunto, lo aveva investito e sommerso. Ma lui era ancora lì, fermo, immobile. Di colpo era come se avesse ritrovato casa propria. Gli sguardi, le mani, le voci. La gente. Quello splendido, maledetto passato aveva assunto le sembianze di un oggi tanto vicino da poter essere toccato. Accarezzato. Il capitano si fece forza, prese un respiro profondo, riempì i polmoni di quell'aria magica e frizzante. E poi danzò. Danzò sulla cresta di quell'onda che poco prima lo aveva travolto ma che, nonostante questo, non aveva ancora perso la propria forza, il proprio impeto. Danzò tutta la sera e tutta la notte. Danzò fino a spendere l'ultimo grammo di energia. Danzò e pianse di malinconia. E di gioia. Danzò fino allo stremo delle forze. Poi il capitano chiuse gli occhi. E si addormentò.

 

“Quella sera del 2002, nel cuore della Gradinata Nord, c'era anche chi vi scrive. Il Genoa aveva organizzato una partita in onore di Gianluca Signorini, il grande capitano colpito pochi anni prima dalla SLA, la sclerosi laterale amiotrofica. L'incasso sarebbe andato a Gianluca ed alla sua famiglia. La malattia che lo aveva colpito lo aveva ormai relegato su una sedia a rotelle. In campo sarebbero scesi tanti suoi ex compagni: quelli del Genoa del 4° posto in campionato con Osvaldo Bagnoli in panchina, ma anche quelli dei tempi di Parma e Roma. “Gianluca ringrazia tutti di cuore ma non ci sarà”, avevano scritto i giornali al mattino. Eppure lo stadio si riempì in fretta quella sera. Tutti si aspettavano di poter applaudire tanti ex beniamini e magari di tributare un saluto a distanza al capitano, rimasto a Pisa a causa delle ovvie difficoltà a muoversi. Ma poi successe qualcosa di inatteso. Di imprevisto e forse imprevedibile. Fu là in alto, alla nostra sinistra, che quel qualcosa iniziò ad accadere. Eravamo distratti, intenti a far trascorrere il tempo che ancora mancava all'inizio dell'incontro. Di colpo lo sguardo fu catturato da un movimento improvviso e poi subito veloce. Inesorabile. Nel settore distinti, migliaia di persone si alzarono in piedi quasi contemporaneamente. Parve davvero di vedere un'onda che si solleva maestosa prima di andare ad infrangersi sugli scogli. Quell'onda si levò alta assorbendo per qualche secondo nel proprio ventre ogni rumore. Furono attimi di silenzio. Un silenzio pieno, di quelli che in realtà accompagnano verso suoni forti, assordanti. Abbassammo lo sguardo verso il campo, ai piedi dell'onda. Dal tunnel che porta dagli spogliatoi al campo, spinto su una sedia a rotelle, sbucò Gianluca Signorini, il capitano. Un applauso innondò lo stadio. A distanza di anni risulta ancora difficile trovare le parole per descrivere quel momento. Tutte quelle persone schizzate in piedi non erano mosse dalla curiosità di vedere Gianluca. Dalla curiosità di vederlo così diverso da come poteva essere ricordato, cioè. Quel movimento era invece un saluto. Un omaggio. Era l'abbraccio più puro e forte che possa esistere. Quell'onda si era sollevata con la forza di migliaia di cuori e pareva avere qualcosa di magico. Tanto che quella sera accaddero cose in qualche modo magiche. Successe, ad esempio, che calciatori che da anni avevano abbandonato l'attività agonistica si muovessero sul campo come se il tempo si fosse fermato da un po'. Roberto Onorati disegnò una delle sue famose giocate in punta di piedi; Stefano Eranio scattò sulla fascia con la freschezza di un ragazzino e spedì un pallone teso verso il centro dell'area; Tomas Skuhravy, appesantito da qualche chilo di troppo, staccò ben oltre un metro da terra e di testa mise quella palla tesa nell'angolino della porta sotto la Gradinata Nord. A quel punto Gianluca sorrise e raccolse l'abbraccio dei compagni. E quello della gente. Quell'immenso abbraccio lo avvolse e non lo lasciò più. Lo accompagnò per tutta la sera e anche oltre. Tanto che forse, ancora oggi, dovunque si trovi, il capitano continua a sentire il calore di quell'abbraccio. Di quell'onda”. (Luca Perrone).

 

Il capitano con la propria famiglia, la sera dell’ultimo abbraccio del Ferraris.

 

 

Dati statistici

Presenze nel Genoa: 234

Reti nel Genoa: 5