THE RED BLUE LEGEND

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FENERBAHCE, I CANARINI DA BATTAGLIA.
 


C’era un tempo in cui la Turchia si chiamava Impero Ottomano ed i suoi immensi territori si estendevano fino al Medio Oriente. All’interno di quei territori l’ordine era mantenuto grazie alla grande severità del sultano Abd-al-Hamid II, tanto rigido nel governare il proprio popolo quanto aperto ad accogliere presso la propria corte le fonti dei più dolci piaceri. In quegli anni, i primi del 1900, le molte famiglie inglesi trasferitesi sul Bosforo per commerciare cotone e tabacco avevano portato con sé la passione per un gioco nuovo, il football. Ma quel gioco aveva “fattezze” troppo occidentali ed ai turchi non era perciò permesso praticarlo. Un grande popolo, però, è come un  grande fiume, nessun argine può contenerne a lungo la forza. E così, gradualmente, ecco nascere i primi gruppi organizzati di cittadini che, in maniera assolutamente segreta, si riuniscono per praticare, lontano da occhi indiscreti, il gioco del calcio. Nel 1903 nasce il Besiktas, il più antico sodalizio turco, nel 1905 vede la luce il Galatasaray. Due anni dopo, nel 1907, Nurizade Ziya Songulen, Ayetullah e Necip Okaner fondano il Fenerbahce. Il club, creato ovviamente senza alcuna pubblicità, è espressione di un quartiere della capitale che si affaccia sul mare e nel quale fa bella mostra un faro. La parola “Fener”, del resto, significa proprio faro, simbolo che ancora campeggia sullo stemma del club. E proprio i narcisi che nascono attorno al tipico simbolo tanto caro ai marinai ispirano i soci fondatori nella scelta dei colori sociali, che inizialmente sono il bianco ed il giallo (solo qualche anno più tardi il bianco viene sostituito dal blu scuro). Un simbolo, due colori, tanta passione, dunque. Poi, con l’avanzare della rivoluzione e della voglia di democrazia, anche il divieto di praticare l’amato sport inizia a perdere gradualmente forza nel paese della mezza luna. Tanto che vengono organizzati i primi piccoli tornei pubblici tra squadre turche. Ad essi partecipa anche il Fenerbahce, che però all’inizio non riesce ad imporsi contro avversari decisamente più forti. Nel 1911, però, il vento cambia direzione ed i “Canarini” conquistano il primo trofeo concludendo il torneo imbattuti. E’ l’inizio della leggenda del club del faro, anche se un vento infausto soffia già sulla fiamma dell’entusiasmo. La sconfitta al fianco della Germania nella Prima Guerra Mondiale e lo scoppio della rivoluzione interna fanno precipitare la Turchia in un periodo drammatico. Quello che sembra un baratro per il paese, però, finisce per rappresentare una sorta di opportunità per un nuovo inizio. Una delle chiavi della svolta è rappresentata dall’ascesa al potere di Mustafa Kemal Ataturk, ex-ufficiale dell’esercito, che impone al paese una brusca sterzata “occidentalizzante”. E dal deciso e positivo cambiamento trae vantaggio anche il calcio, tanto che nel 1923, dopo la vittoria delle forze rivoluzionarie nel Paese, nasce anche la TFF, la Federazione Calcio Turca. Vengono organizzati i primi veri tornei nazionali e con la maglia del Fenerbahce inizia a farsi conoscere uno dei bomber “canarini” più prolifici di tutti i tempi, Zeki Riza Sporel, che realizza in totale 470 reti in carriera e contribuisce alla conquista di diversi trofei da parte del sodalizio gialloblù. Tutto questo fino al 1934, anno nel quale Mehmet Sukru Saracoglu, ex-primo ministro turco, diviene presidente del club. Nel corso dei sedici anni di presidenza, Saracoglu si rende protagonista dell’ennesima svolta positiva nella storia del club. Appena insediato, provvede innanzitutto a ristrutturare e rimodernare lo stadio, ampliandone la capienza a 25000 spettatori. Quello stesso impianto, costruito nel 1908 e denominato in origine Papazin Cayiri, era stato tra l’altro per anni di proprietà dell’Ittihatspor. Nel 1929, però, lo Stato lo aveva acquistato per poi cederlo proprio al Fenerbahce. Fenerbahce che, dopo i lavori svolti a metà degli anni ’30, si trova a possedere lo stadio più bello e funzionale dell’intero Paese. Ciò contribuisce notevolmente all’organizzazione di un numero sempre maggiore di manifestazioni sportive, cui il club di Kadikoy, la parte anatolica di Istanbul, partecipa ed in cui spesso trionfa anche grazie all’irresistibile ascesa della coppia di bomber Naci Bastonciu-Melih Kotanca (450 reti in due nel periodo di militanza il maglia gialloblù). Il crescente entusiasmo ed il sempre maggiore seguito di pubblico mettono dunque gli organismi sportivi turchi davanti all’opportunità di organizzare un vero e proprio torneo nazionale. Nasce quindi, nel 1959, la Turkcell Super Lig ed il Fenerbahce fa subito la… voce grossa, aggiudicandosi ben 4 vittorie nei primi 6 tornei. A scandire i tempi delle vittorie del club pensa, ancora un a volte, un micidiale bomber, Lefter Kucukandonyadis, autore complessivamente di oltre 500 reti con la maglia dei canarini. E proprio le prime vittorie in un torneo ufficiale nazionale permettono alla squadra di partecipare alla Coppa dei Campioni e di misurarsi con i migliori team del continente. Il primo “assaggio” nelle competizioni europee, per la verità, non porta grandi soddisfazioni, ma in patria il Fenerbahce continua a dettare legge. Poi, nel 1967, ecco la prima vittoria internazionale nella Coppa dei Balcani, manifestazione cui prendono parte, all’epoca, squadre  di Albania, Bulgaria, Grecia, Jugoslavia, Romania e Turchia e che per i club di quei paesi riveste un’importanza ben superiore a quanto si potrebbe immaginare. Della squadra che porta a casa quello storico trofeo fanno parte, tra gli altri, il regista Fuat Saner e le punte Nedim Dogan ed Ogun Altiparmak.


Il talento brasiliano Alex, uno dei protagonisti del Fenerbahce degli anni 2000.

Il decennio successivo fa registrare un’importante svolta “esterofila” da parte della società del faro, svolta che rappresenterà un primo passo verso una tendenza ancora più accentuata ai giorni nostri. All’ingaggio di alcuni atleti romeni fa infatti seguito la decisione di affidare la panchina ad un allenatore non balcanico. La scelta dell’allora presidente Ilgaz cade su Valdir Pereira detto “Didì”, uno dei calciatori brasiliani più forti di sempre. Profeta del calcio spettacolare ed offensivo, Didì plasma una squadra capace di fare propri due campionati, una coppa nazionale ed altre sei trofei in tornei minori. Terminato il ciclo-Didì, prende poi il via una sorta di lunga diatriba interna al club tra corrente autarchica e corrente innovatrice. Si alternano così alla guida tecnica della squadra allenatori turchi (per la verità con risultati sportivi piuttosto deludenti) e trainer stranieri, soprattutto slavi. E sono principalmente questi ultimi, segnatamente Tomislav Kaliperovic, Branco Stankovic e Tudor Veselinovic, a permettere al sodalizio di conquistare alcune importanti vittorie e di tenere il passo degli scatenati rivali di Besiktas e Galatasaray. Con l’uscita di scena del “rivoluzionario” presidente Ilgaz prende però il via un periodo piuttosto buio della storia del Fenerbahce, nel quale le scelte di marcato stampo tradizionalista non portano i risultati sperati e condannano la squadra ad un decennio di classiche “vacche magre”. Il tutto fino al 1995, allorché alla guida della compagine viene chiamato l’esperto tecnico brasiliano Carlos Alberto Parreira, fresco di vittoria con il Brasile nella Coppa del Mondo dell’anno prima, che conquista il titolo nazionale al primo tentativo grazie anche all’estro dell’attaccante Bolic. L’intitolazione, datata 1998, dello stadio del Fenerbahce a colui che ne aveva propugnato prima l’acquisto e poi l’ammodernamento, l’ex- presidente Mehmet Sukru Saracoglu, risulta poi di buon auspicio nei confronti di Mustafa Denizli, che, termineto il ciclo-Parreira, riesce a sfatare, dopo decenni, il tabù dei tecnici turchi mai vincenti sulla panchina gialloblù. Con una compagine buona ma certamente non ottima, Denizli conquista nel 2001 lo scudetto e getta le basi della squadra che, in seguito, permetterà al trainer tedesco Daum di vincere due titoli nazionali e di frequentare l’Europa con piglio da protagonista. Forte del contributo del portiere Rustu, del regista Marco Aurelio, del fantasista Alex e della punta Tunkay, Daum plasma probabilmente una delle più forti “versioni” di sempre del team gialloblù, per poi cedere idealmente il testimone, proprio in vista del centenario della società, nientemeno che ad Artur Antunes Coimbra detto Zico, ex-fenomeno del calcio mondiale chiamato alla guida tecnica un paio di anni più tardi.


Zico nelle vesti di allenatore dei gialloblù.

Degno erede del connazionale Didì, Zico allestisce in poco tempo una compagine di evidente stampo offensivo e grazie all’apporto di una nuova pattuglia di talenti brasiliani (tra i quali Deivid e Roberto Carlos) centra la vittoria in campionato e l’accesso agli ottavi di finale della Champions League. Memorabili, in proposito, le eccezionali vittorie ottenute nello stadio di casa contro avversari temibilissimi quali Inter, PSV Eindhoven e CSKA Mosca. Del resto, doppiata (nel 2007) la boa del secolo di vita, altro non resta che puntare la prua su nuovi obiettivi. Obiettivi che non sono più ormai solo legati alla supremazia calcistica cittadina. Il Fenerbahce ha infatti dimostrato di poter recitare un ruolo importante anche in Europa, al fianco delle tradizionali “grandi” del calcio continentale. Ed anche i tifosi sembrano aver preso… gusto alla nuova realtà. “Capirai che cosa significhi il Fenerbahce quando ti inginocchierai”, sono soliti affermare i supporters gialloblù. Il futuro è dunque tutto da scrivere. I canarini hanno ormai artigli da rapace.


Alex, la gioia della vittoria...