THE RED BLUE LEGEND

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FABRIZIO GORIN

“Devo andare, sono in ritardo”.  
 

“Ho rincorso il vento notte e giorno fino a restare senza fiato. Quando ho temuto di non poterlo più raggiungere mi sono fermato per dichiarare la mia resa ed ho guardato indietro: solo a quel punto mi sono accorto che ero ormai molti metri avanti a lui”. (L.P.)

 

   

“Una festa bellissima, grazie di tutto. Però ora scusatemi, devo proprio andare. Devo prendere il treno e se lo perdo non torno a casa!”. La serata è calda, l'entusiasmo a mille. I tifosi rossoblù che si sono dati appuntamento in piazza della Vittoria sono migliaia e migliaia, quasi una distesa umana infinita. Del resto c'è da festeggiare la promozione del Grifone in serie A, ottenuta al termine di un campionato condotto dalla squadra sempre ai vertici e rivelatosi in salita solo nelle ultime giornate. Il popolo genoano, dunque, non si fa pregare. E' il mese di Giugno del 2005. I protagonisti dell'esaltante cavalcata sono tutti sul palco al centro della piazza. Il presidente Enrico Preziosi, il tecnico Serse Cosmi, capitan Giovanni Tedesco e via via tutti gli altri. Nessuno sa ancora che poche settimane dopo ciò che è stato conquistato sul campo verrà tolto in un'aula di giustizia (ma sarebbe meglio dire, per rispetto della vera giustizia, in un'aula di “ingiustizia”). Le telecamere di una tv privata inquadrano gli eroi della stagione appena conclusa. Ad un certo punto ecco comparire il volto felice ma un po' stranito di un ragazzo che, un po' in disparte rispetto ai giocatori, pronuncia quelle parole:”Scusatemi ma devo andare o perderò il treno”. Parole strane, specie se si considera che tutti coloro che saltano sul palco sono arrivati alla festa su auto grandi e decisamente costose. Ma quel ragazzo non si vergogna affatto di quella frase. E' timido ma ha lo sguardo fiero. Il suo nome, Giacomo, magari non dice nulla. Il cognome, invece, scatena emozioni a non finire: Gorin. Giacomo è il figlio di Fabrizio, ex giocatore e tecnico del Genoa. Giacomo è venuto alla festa perché Fabrizio non ha potuto arrivare. O meglio, Fabrizio c'è eccome. Ma non in piazza con tutti gli altri. Lui è su, nel terzo anello del Luigi Ferraris. Probabilmente si sta godendo quella parata di tifosi festanti, anche se in cuor suo, in fondo, sa che sarà gioia breve. Certamente è fiero di vedere il proprio ragazzo, che di mestiere non fa il calciatore, vicino ai protagonisti della stagione appena conclusa. E' fiero quando lo osserva allontanarsi verso la stazione mentre tutti cantano a saltano ancora. “Devo proprio andare. Se perdo il treno non torno a casa”. Un po', in quelle parole, Fabrizio deve essersi riconosciuto. Già, perché anche nel suo animo calmo e riflessivo molte volte ha sentito l'eco di quella frase. Un respiro profondo, poi la mente, per un istante, abbandona la festa e comincia a viaggiare. Indietro. Dal terzo anello del Ferraris i ricordi tornano a Pellestrina, vicino a Venezia, dove Fabrizio è nato il 21 Febbraio del 1954. I primi calci al pallone, il provino andato male con la Juventus. Ma che importa, la vita continua. “Devo andare”. Ci saranno altre opportunità. Il calcio diventa pian piano una professione, arriva la chiamata del Vicenza e l'esordio in serie A. Poi la maglia a strisce bianche e rosse diviene granata, la stessa indossata un tempo da Valentino Mazzola. Con il Torino vince lo scudetto nel 1976. Manca ancora qualcosa. “Scusate, devo andare”. Fabrizio si sposta a Genova. E' il 1978. In campo fa il terzino o il mediano, la cosa non fa granché differenza. L'importante è che ci sia da correre e da aggredire l'avversario di turno. Fabrizio è un autentico mastino. Ed è per questo che la Nord se ne innamora immediatamente. “Picchia Gorin!” è il coro che la gradinata più appassionata d'Italia gli dedica. Lui esegue, ma solo in parte. A dispetto della grinta e dell'impegno profuso in ogni partita, infatti, Fabrizio non è affatto un giocatore scorretto, i suoi duelli con gli attaccanti avversari sono sempre maschi ma sostanzialmente corretti. Certo, qualche “calcetto” ogni tanto scappa. Mai però con l'intenzione di fare male. Ed anche quando è in campo, ogni tanto, risuona quella frase:“Devo andare”. Sì, perché c'è il rischio che l'avversario di turno approfitti di una sua distrazione e gli rubi i metri necessari per arrivare in porta. Meglio restargli appiccicati addosso. Memorabili divengono i suoi duelli nei derby con il blucerchiato Chiorri, fantasista capace di far annodare le gambe a qualsiasi difensore. “Se passi questa riga ti spezzo le gambe”, pare affermi una volta Fabrizio, rivolto allo stesso Chiorri, prima dell'inizio di una stracittadina. E giù, con lo scarpino, a tracciare una linea ben visibile sulla trequarti rossoblù. Chiorri, seppur a fatica, quella linea la supera ed anche diverse volte nei 90 minuti che seguono. Le sue gambe, però, rimangono intatte. Un aperitivo sorseggiato a fine partita con il rivale sancisce la pace per una guerra mai scoppiata.  
Nel 1981 arriva la promozione in A con l'adorata maglia del Grifone, poi l'addio. Ma in realtà è un arrivederci. Appese le scarpe al chiodo, Fabrizio torna al Genoa per insegnare calcio ai ragazzi del settore giovanile. A loro trasmette grinta e fame di calcio. Ed insegna ad avere fretta nel momento giusto, a non farsi mai trovare dall'avversario impreparati. Si apre una nuova pagina. E si realizza un sogno. Chiamato dal vecchio amico Claudio Onofri, tecnico delle prima squadra, diviene il suo "vice" e siede sulla panchina rossoblù. “Devo andare”, dice probabilmente ai suoi ragazzi. Con entusiasmo si butta nella nuova avventura. Regala la propria grinta ed il proprio carattere anche ai “grandi”. Ed offre a Onofri, con cui ha affrontato tante battaglie da giocatore, un sostegno importante. E' l'estate del 2002. La nuova esperienza, eccitante, elettrizzante, è appena cominciata. “Devo andare” dice probabilmente alla moglie Paola prima di fare le valigie per il ritiro precampionato. Le prime partitelle, le corse con la squadra in montagna. Le gambe, però, sembrano stranamente molli. Il termometro indica qualche linea di febbre. “Sarà che qui in alto fa più freddo che al mare”, pensa probabilmente lui. Ma quella febbre non vuol saperne di lasciarlo in pace. Torna a Genova per sottoporsi a qualche controllo medico. “Scusate, devo andare”. Il 13 Settembre di quello stesso anno Fabrizio se ne va a 48 anni a causa di un male incurabile. Sono passate solo poche settimane da quando sono comparsi i primi sintomi. Questa volta non c'è un avversario da marcare stretto. Non c'è motivo per scappare via così di corsa... Troppo tardi. Respira Fabrizio. E buon viaggio.  

 

Dati statistici

Presenze nel Genoa: 133

Reti nel Genoa: 5