THE RED BLUE LEGEND

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CELTIC GLASGOW, LA LEGGENDA DEI “BHOYS”.
 

 

La storia:  

Ci sono club le cui vicissitudini profumano di calcio vero, antico. Ciò che vi stiamo per raccontare ora, al contrario, è leggenda. La storia, questa storia, ha inizio nel 1887 grazie a Brother Walfrid, un frate mariano. Walfrid non è scozzese, essendo nato a Ballymote, un villaggio situato nella contea irlandese di Sligo. Ed il dettaglio non è da trascurare, in quanto le origini del “Padre Fondatore” influenzeranno l'intera vita del club che da lì a poco prenderà vita. In quegli anni, a Grasgow, dove fratello Walfrid opera, larghe fasce di popolazione vivono in povertà e traggono sostentamento dalle offerte ricevute dalle organizzazioni religiose. La maggior parte quei poveri, del resto, è di religione cattolica, oltre che di origine irlandese. Nella grande città scozzese opera già da tempo la “The Poor Children's Dinner Table”, che si occupa proprio di sostenere i ceti sociali più deboli. Anche quella struttura, però, deve essere in qualche modo sostenuta economicamente. E' a quel punto che Walfrid, su suggerimento dell'arcivescovo cattolico Eyre, decide di prendere spunto da quanto sperimentato, con successo, ad Edimburgo: là, da tempo (almeno 30 anni), opera infatti l'Hibernian Football Club,  una compagine composta dai migliori calciatori della zona e creata appositamente per raccogliere offerte da destinare ai meno abbienti in occasione delle numerosi esibizioni sportive cui prende parte. E' così che il 6 Novembre del 1887 nasce a Glasgow, nella Chiesa cattolica di Santa Maria ad East Rose Street, il Celtic Football Club. Il nome del sodalizio viene scelto in onore delle radici celtiche delle popolazioni irlandesi e scozzesi che la compagine si propone in qualche modo di rappresentare. Il soprannome di “Bhoys”, invece, viene coniato da lì a pochi anni traducendo semplicemente nella forma scritta la pronuncia “dura” e tipicamente irlandese della parola “boys”,  ragazzi. Immediata è poi anche la scelta dei colori della casacca, bianco e verde, anche in questo caso in omaggio all'amata terra natia del padre fondatore, l'Irlanda.

 

Le maglie a strisce orizzontali biancoverdi: uno dei simboli del mito

Dopo pochi mesi dalla fondazione, i ragazzi di fratello Walfrid disputano la prima partita ufficiale. E' il 28 Maggio del 1888 ed i biancoverdi affrontano e sconfiggono per 5-2 (la prima rete all'attivo del club viene messa a segno da Neil McCallum) coloro che saranno in futuro i rivali storici di tante battaglie sportive: i Rangers, altra squadra di Glasgow. Quella prima vittoria riveste storicamente una così grande importanza nella storia del club che sullo stesso stemma sociale ancora oggi presente sulle casacche ufficiali figura come anno di nascita il 1888 e non il 1887. Ma non tutto va nella maniera più “lineare” nei primi anni di vita del sodalizio. Sempre senza abbandonare il fine sociale posto alla base della nascita della nuova creatura, ci si rende presto conto che un numero quanto maggiore possibile di atleti di grandi qualità all'interno della rosa della squadra renderebbe più cospicui gli incassi ricavati dalle esibizioni, anche perché un “team” di livello assoluto attirerebbe un pubblico più numeroso. E' così che viene “ordito”, nel 1889, quello che passerà alla storia come il “Ratto degli Hiberniani”, con una vera e propria spedizione organizzata fin nei minimi dettagli e volta ad “assicurarsi” le prestazioni dei migliori giocatori del già citato Hibernian F.C. Per convincere i più forti talenti dell'antico sodalizio a cambiare maglia, tra l'altro, si fa leva in alcuni casi sulla promessa di un ingaggio allettante (il Celtic sarà in futuro uno dei primi sodalizi a battersi per l'introduzione del professionismo nel football), in altri non ci si fa scrupolo a caricare a viva forza i “player” su carri appositamente preparati per l'occasione ed a trasportarli a Glasgow. Del resto, è bene precisare che molti di coloro che passano, per scelta o per obbligo, nelle file dei biancoverdi hanno già avuto modo di indossare più volte la “shirt” bicolore, dal momento che in occasione delle prime uscite del neonato sodalizio il ricorso ad atleti “prestati” proprio dall'Hibernian è notevole. In ogni caso, che il fine giustifichi i mezzi o meno, il Celtic cresce rapidamente e diviene in breve tempo una delle più forti compagini scozzesi. Tanto che sotto la guida del “manager” Willie Maley riesce a mettere in bacheca ben 30 trofei in poco più di quattro decenni. La prima vittoria di prestigio arriva nel 1892, anno della conquista della prima coppa di Scozia. L'anno successivo i “Bhoys” conquistano il primo scudetto. E nel periodo tra il 1904 ed il 1910 arriva un esaltante “filotto”, con ben 6 vittorie consecutive in altrettanti campionati. Quel record resiste in seguito per ben settant'anni e viene prima eguagliato e poi superato dallo stesso Celtic nel 1971 sotto la guida di Jock Stein. Tra tante pagine fatte di vittorie e trofei conquistati, però, vi sono anche pagine amare, a volte drammatiche. Ed un autentico dramma è quanto accade il 5 Settembre del 1931 nel corso di un'incontro tra Celtic e Rangers, quando il forte portiere biancoverde John Thomson non ha alcun timore a gettarsi sui piedi dell'attaccante avversario Sam English, presentatosi tutto solo in area di rigore. Lo scontro è tremendo e Thomson riporta una gravissima frattura al cranio. Il ragazzo muore quella sera stessa all'ospedale nonostante le cure immediatamente prestate ed al suo funerale partecipano decine di migliaia tra sostenitori della squadra e gente comune.


John Thomson, morto a 22 anni dopo uno scontro fortuito durante un Celtic-Rangers

Quel giorno così buio, però, non ferma la storia del Celtic che, asciugate le lacrime versate, riprende il proprio cammino. E nel 1938 arriva un ennesimo prestigioso record, che rimane tutt'ora imbattuto. In occasione della finale di Coppa di Scozia tra Celtic e Aberdeen, sui gradoni dell'Hampden Park di Glasgow prendono posto ben 146.433 spettatori. Mai prima (e dopo) di allora un simile numero di persone aveva assistito ad una gara di football. Ma un posto importante nella sala dei trofei biancoverdi è certamente riservato all'Empire Exhibition Trophy, conquistato nel 1939 nell'unica occasione in cui lo stesso trofeo viene messo in palio. Una sorta di pezzo unico, dunque, a regalare ulteriore prestigio ad un  palmares di assoluto valore. 
Il compito di guidare la squadra durante la Seconda Guerra Mondiale tocca all'ex-giocatore Jimmy McStay, anche se in quel periodo non vengono disputate gare ufficiali. Nel 1945, terminato il conflitto bellico, il timone di comando passa ad un altro ex-calciatore della squadra, Jimmy McGrory, sotto la cui guida il sodalizio fissa alcune tappe fondamentali della propria storia. Nel 1953, ad esempio, conquista la Coronation Cup, altro trofeo disputato in un'unica edizione (in occasione dell'incoronazione della regina Elisabetta II), battendo Hibernian, Arsenal e Manchester United. Nel 1957, poi, i “Bhoys” conquistano la Coppa di Lega scozzese piegando in finale i Rangers per ben 7 reti ad 1. Quella vittoria, oltre a permettere al Celtic di stabilire un record di reti segnate in una finale che in Gran Bretagna resiste ancora oggi, rende talmente orgogliosi i tifosi del club che ancora oggi, in diverse occasioni, proprio i supporters biancoverdi la celebrano con il coro “Hampden in the sun”.

 

La passione per il Celtic è come un fiume in piena...

Pare, tra l'altro, che proprio in occasione di quella storica vittoria dagli spalti dell'Hampden Park si sia alzato per la prima volta il famoso inno “You'll never walk alone”. Terminata l'era Stein, per il Celtic se ne apre un'altra almeno altrettanto importante, che tra l'altro porta il sodalizio a toccare vette mai raggiunte prima di allora. Come accade in molti casi, del resto, anche analizzando la storia di club gloriosi e vincenti è possibile individuare “picchi”, punti nodali che si elevano ben al di sopra rispetto ad un percorso storico comunque generalmente di grande prestigio. Accade così che sotto la guida del citato Stein, altro ex-capitano coraggioso, il club, come già anticipato in precedenza, conquista nove titoli nazionali consecutivi dal 1966 al 1974, stabilendo un record superato soltanto oltre vent'anni più tardi. Ma, all'interno di quel periodo, l'anno indimenticabile nella storia del Celtic è certamente il 1967, allorché i ragazzi di Stein “allungano le mani” su campionato scozzese, Coppa di Scozia, Coppa di Lega scozzese e Glasgow Cup. E non solo. Proprio in quella stagione, infatti, i “Bhoys” compiono un'impresa rimasta negli annali del football, conquistando a Lisbona la Coppa dei Campioni ai danni dell'Inter, battuta per 2-1, e meritandosi a vita il soprannome di “Lisbon Lions”, i “Leoni di Lisbona”. Già, perché l'Inter dei vari Burgnich, Mazzola, Corso e Domenghini è all'epoca una squadra di grande livello. Ma i biancoverdi, con una condotta di gara perfetta, domano l'avversario e dopo la rete iniziale di Mazzola ribaltano il risultato con Gemmell e Chalmers.


Il capitano dei "Lisbon Lions" McNeill solleva al cielo la Coppa dei Campioni. E' il 25 Maggio del 1967

Quel successo, come è facilmente intuibile, viene celebrato ancor oggi con grande orgoglio dai supporters del club, tanto che nel 2007, in occasione dei 40 anni trascorsi da quel giorno memorabile, la società prepara una particolare  divisa da gioco che, attorno al tradizionale stemma, riporta una scritta celebrativa di quell'evento.  

I tabellini del match:  

Lisbona, Estàdio Nacional, 25/05/1967

Celtic – Inter: 2-1

Marcatori: 6' Mazzola (Rigore), 63' Gemmell, 84' Chalmers

Celtic: Simpson; Craig, Gemmell, Murdoch, McNeill (cap.); Clark, Johnston, Wallace, Chalmers; Auld, Lennox; All. Stein

Inter: Sarti; Burgnich, Guarneri, Picchi, Facchetti; Domenghini, Bedin, Mazzola, Cappellini; Bicicli, Corso; All. Herrera

Arbitro: Kurt Tschenscher

Spettatori: 45000 circa  

Quella prestigiosa vittoria, tra l'altro, rende ancora oggi particolarmente fieri i supporters del Celtic poiché i componenti di quella squadra, tra i quali spiccavano i talentuosi Johnston, Lennox e Murdoch, erano tutti atleti cresciuti in casa ed oltre tutto originari di Glasgow. Attualmente la gradinata “Est” del Celtic Park è intitolata ai “Lisbon Lions”, quella “Ovest” a Jock Stein.

 

       

Un dettaglio della casacca celebrativa (completamente verde) creata nel 2007 in occasione del quarantesimo anniversario dell'impresa dei "Lisbon Lions" (collezione privata redbluelegend.it)


E sull'onda dell'entusiasmo per quel successo (ammesso che ce ne fosse bisogno), la passione da parte dei sostenitori del club cresce ulteriormente. Tanto che nel 1970 il match di ritorno di coppa europea contro il Leeds United, disputato all'Hampden Park, vede la presenza sugli spalti di ben 133.961 spettatori ed il dato permette allo stesso Celtic di registrare l'ennesimo record della propria storia.

 

Jimmy Johnston, probabilmente il più talentuoso dei Lisbon Lions


Quando il mitico Jock Stein lascia la panchina, a sostituirlo (e non sarebbe potuto andare diversamente) viene chiamato il capitano dei Lisbon Lions, Billy McNeill. La gestione dell'ex-difensore dura solo un lustro (dal 1978 al 1983), ma porta comunque in dote diversi trofei, soprattutto in patria. Arrivano così tre titoli scozzesi, una Coppa di Scozia ed una Coppa di Lega. In Europa, invece, i biancoverdi conoscono, proprio malgrado, un periodo di digiuno cui faticano a fare l'abitudine. La società giunge così alla decisione di affidare la panchina a David Hay, che rimane in sella per 4 stagioni e conquista un titolo nazionale ed una Coppa di Scozia. Poi scocca nuovamente l'ora di McNeill e gli inizi sono davvero promettenti: i Bhoys inanellano 31 gare senza sconfitte e vincono il campionato nazionale, mettendo anche le mani sulle due coppe scozzesi. La magìa, però, si esaurisce presto (almeno parzialmente). Seguono infatti tre stagioni piuttosto deludenti, nel corso delle quali i pochi “lampi” fatti registrare in campo europeo (vedi, ad esempio, la grande prestazione, nobilitata da 4 reti dell'attaccante polacco Dziekanowski, contro il Partizan nel 1989/'90) vengono subito seguiti da dolorose eliminazioni. All'alba del nuovo decennio, alla guida del team viene chiamato Liam Brady, ex centrocampista irlandese di grande talento. Brady è l'ottavo manager in oltre 100 anni di storia (anche questo è certamente un record) e soprattutto è il primo trainer a non aver mai indossato in precedenza la casacca della squadra. Quest'ultima “rottura” con la tradizione, però, non porta fortuna al sodalizio, dal momento che la gestione del neo-tecnico porta risultati assolutamente deludenti.

 

Lennon, uno dei grandi capitani della storia del Celtic

Ed oltre alle cattive notizie che provengono dal campo ecco arrivare segnali poco incoraggianti anche a livello societario e soprattutto finanziario: nel 1995 le banche quantificano in 5 milioni di sterline il debito del club. Decisivo risulta allora l'intervento dell'imprenditore Fergus McCann, che pur procedendo alla dolorosa estromissione di molti discendenti dei padri fondatori dalla gestione del Celtic riesce, d'altro canto, ad avviare una fondamentale opera di riorganizzazione e risanamento economico. Punta di diamante della politica economica e gestionale di McCann è rappresentata dalla decisione di trasformare il Celtic in una “public limited company”, ovvero una sorta di società a responsabilità limitata con partecipazione pubblica. Il cambiamento risulta decisivo ai fini del salvataggio di una società fortemente a rischio di fallimento e consente ai biancoverdi di proseguire il proprio cammino storico senza eccessivi scossoni. A livello tecnico McCann affida la squadra a Tommy Burns, altro ex-giocatore della prima squadra, che pur dovendo fare i conti con un “badget” un po' più limitato rispetto al passato, riesce comunque a dare alla squadra un'impronta “offensivista” che trova comunque il gradimento dei tifosi. L'addio di Burns coincide con un'altra piccola rivoluzione strutturale in seno al sodalizio. La figura del “manager” viene sdoppiata in quella di “coach” a tutti gli effetti, ricoperta dall'olandese Win Jansen (affiancato da Murdo McLeod), ed in quella di general manager, affidata a Jock Brown. L'arrivo della punta Henrik Larsson completa una campagna acquisti estremamente “mirata” e permette alla squadra di conquistare prima la Scottish League Cup e poi il titolo di campione nazionale, spezzando una supremazia dei Rangers durata diversi anni. L'era Jansen è però assai breve, dal momento che il tecnico si dimette all'indomani della vittoria del campionato per divergenze con la società. Dopo un poco glorioso “interregno” targato Jozef Venglos e successivamente John Barnes, ex-talento del Liverpool, si apre una stagione decisamente più felice per il pubblico di Celtic Park. Sotto la guida di Martin O'Neill i “Bhoys” si aggiudicano tre titoli nazionali in cinque anni, in particolare conquistando nella stagione 2000/2001 campionato, Coppa di Scozia e Coppa di Lega.

 

Nakamura, un giapponese in maglia biancoverde ad inizio anni 2000

Tra il 2001 ed il 2004 i ragazzi di O'Neill mettono in fila ben 77 matches senza sconfitte, comportandosi molto bene anche nelle competizioni europee. A tale proposito merita di essere ricordata la partecipazione alla finale di Coppa UEFA del 2003, che sebbene non porti alcuna coppa della bacheca scozzese (il Porto vince per 3-2 dopo i tempi supplementari) vede i tifosi del Celtic conquistare il premio fair play Fifa per aver invaso Siviglia, sede della finale, in almeno 80000 unità senza creare alcun disordine.
Nel 2005 O'Neill lascia la panchina ad una gloria del calcio scozzese, l'ex-centrocampista della nazionale Gordon Strachan, che nelle stagioni 2005/2006, 2006/2007 e 2007/2008 guida il “team” alla vittoria del campionato.


Gordon Strachan, uno dei più grandi calciatori scozzesi di tutti i tempi, sulla panchina del Celtic per quattro anni

In Europa arriva qualche piccola delusione, ma ad ad eliminare i “Bhoys” sono in tutte le occasioni autentici “squadroni” (leggi Milan, Barcellona ecc.). La trionfale parentesi-Strachan si chiude al termine della stagione 2008/2009, quando sulla panchina che fu di Jock Stein arriva Tony Mowbray.

 


 

Il portiere Arthur Boruc, uno dei punti di forza del Celtic degli anni 2000

I campioni:  

Già ripercorrendo l'appassionante storia del club abbiamo avuto modo di scoprire alcuni degli atleti che hanno contribuito a dare lustro alla leggenda del Celtic. A partire da colui che realizzò la prima rete ufficiale,  Neil McCallum, per arrivare al povero John Thomson, fino ai vari Johnston, Lennox e Murdoch, leader dei “Lisbon Lions”. Ma i nomi sono potenzialmente infiniti. Si potrebbero citare i bomber dei primissimi anni di vita del sodalizio, Jimmy Quinn e William Maley, vere a proprie macchine da gol. Oppure il guizzante Charly Tully e il potente Bob McPhail, coppia vincente del Celtic anni '50. Arrivando agli anni '70 non si possono non menzionare due autentici fuoriclasse accomunati, oltre che dall'indubbio talento, anche dal fatto che professavano la religione protestante (cosa che peraltro non impedì loro di divenire beniamini dei supporters biancoverdi), ovvero Kenny Dalglish e Danny McGrain. Nel successivo decennio salirono alla ribalta il portiere Paddy Bonner e il capitano Paul McStay, ma il simbolico trofeo di calciatore più amato della storia del club, stando ad un recente sondaggio svolto tra i tifosi, spetta a sorpresa ad uno... straniero. Si tratta dell'attaccante svedese Henrik Larsson, giunto a Glasgow negli anni '90 (venne acquistato dal Feyenord) e rimasto in biancoverde per ben 7 stagioni.


Henrik Larsson, uno dei giocatori più amati della storia del club

Pur indossando la gloriosa casacca a strisce in un periodo non particolarmente ricco di vittorie, Larsson, grazie ai suoi gol ed alla grinta profusa in ogni match giocato riuscì a incarnare perfettamente lo spirito fiero e guerriero di un vero “Bhoy”.

 
Le divise:
 

In un panorama internazionale che propone innumerevoli esempi di club che, in nome del "marchandising", sposano una politica votata a continui mutamenti ed innovazioni delle divise da gioco, il Celtic si pone come una delle poche società legate in modo rigoroso ad una tradizione rimasta immutabile nei decenni. A parte, infatti, le primissime esibizioni andate in scena ai tempi dei padri fondatori, in occasione delle quali i giocatori indossavano delle camicie completamente bianche con colletto verde, la squadra ha sempre utilizzato le famose casacche a strisce bianche e verdi. Unica piccola variante si ebbe negli anni a cavallo tra il 1800 ed il 1900, nel corso dei quali le strisce erano verticali anziché orizzontali. Dal 1903 in avanti, però, la divisa da gioco è sempre stata identica a quella utilizzata ancora oggi dai Bhoys.


La tradizionale casacca biancoverde: uno dei simboli più "forti" del Celtic

Tutto ciò non significa che l'odierna dirigenza del Celtic non sia attenta alle opportunità offerte dal mercato dei gadget ed in particolar modo delle maglie da gioco. Del resto non sarebbe ragionevole non attingere risorse economiche da un simile settore strategico avendo a propria disposizione una tifoseria legatissima ai propri beniamini e dunque disposta a vestirsi dei colori tanto cari a Fratello Walfrid. Per tenersi al passo coi tempi, dunque, lo sponsor tecnico del club ha concentrato tutta la propria fantasia sulle divise da trasferta, lasciando immutata quella, sacra, dedicata alle gare casalinghe. Negli ultimi anni, dunque, sono state preparate via via maglie interamente verdi con bordino bianco, a strisce verticali neroverdi, a strisce orizzontali giallonere o ancora grigie con striscia neroverde. Per contro, i supporters che desiderino acquistare una divisa versione “home” possono perfino scegliere di averla senza l'indicazione dello sponsor sul davanti.

 


 
Lennon, uno dei capitani storici del Celtic, indossa una delle originali casacche da trasferta create per il club negli ultimi anni

Celtic tra storia e simboli:  

L'intera storia del Celtic di Glasgow è una sorta di magico mix di elementi legati a leggenda, orgoglio e simbologia, che si fondono insieme in un intreccio quasi mistico. E' evidente fin da subito, innanzi tutto, l'anomalia, in realtà splendida e pressoché unica, che sta alla base delle origini stesse del club. Il Celtic nasce in Scozia, è profondamente radicato nel paese in quanto lì cresce ed opera. Il fondatore è però irlandese, così come irlandesi sono coloro i quali il sodalizio si propone di aiutare attraverso la raccolta di fondi durante i match disputati nei primi anni. E la terra d'Irlanda regala lo spunto per quasi tutti i “simboli” legati ancora oggi al club. La casacca biancoverde ne richiama e riprende i colori della tradizione e dei paesaggi, ad esempio. Lo stesso stemma ufficiale è un omaggio alla terra dei padri.

 

Una pubblicazione dedicata alla storia dei "Bhoys"

Il quadrifoglio è infatti elemento tipicamente celtico, risultato “dell'estremizzazione”, nei simboli come in natura, del più normale ma meno simbolico trifoglio. Il primo è cioè una sorta di elevazione a livello mistico del secondo, in quanto più raro e perfetto. Rappresenta quindi un elemento ancora più “forte e significativo” di quel trifoglio che San Patrizio, patrono di Irlanda (ma di origine scozzese), utilizzava per aiutare i fedeli a cogliere l'essenza più intima della Divina Trinità.
Una casacca, uno stemma, dunque, e molto altro. Il Celtic, fedele alle proprie origini, è ancora oggi, ad esempio, un club “cattolico”, in aperta contrapposizione con la connotazione “protestante” dei rivali calcistici cittadini, i Rangers. E questo nonostante certi tabù siano con il tempo parzialmente caduti, dal momento che prima il Celtic ha aperto le porte ai primi calciatori protestanti e poi lo stesso Rangers ha concesso addirittura l'onore di indossare la fascia di capitano all'italiano Lorenzo Amoruso, di religione cattolica. Ma la netta contrapposizione di ideologie religiose, talvolta intrecciata a quella legata alle posizioni politiche (indipendentiste o meno), ha spesso portato a pesanti scontri tra tifoserie in occasione dei numerosi derbies disputati nei decenni. Del resto, a conferma del fatto che essere supporters del Celtic rappresenta qualcosa di difficilmente classificabile come semplice tifo calcistico, va sottolineato il fatto che spesso, in occasione degli incontri dei “Bhoys”, sulle tribune del “Celtic Park” le bandiere irlandesi sventolano più fiere e numerose di quelle scozzesi. C'è dunque molto più di quanto si possa raccontare in poche pagine alle radici della passione di quanti orgogliosamente si professano fan del club biancoverde. Per chi volesse conoscere più a fondo un mondo così affascinante quale quello nato dal sogno di “Brother Walfrid” ecco, tra i tanti, un paio di riferimenti interessanti:

 www.celticfc.net

 "Celtic forever - You'll never walk alone" - Luca Manes e Max Troiani - Editore: Bradipo Libri