THE RED BLUE LEGEND

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ATHLETIC BILBAO, L’ORGOGLIO BASCO.

 

 

 

“Athletic, Athletic, eup! / Athletic gorri ta zuria / danontzat zara zu geuria / Erritik sortu zinalako maite zaitu erriak”. Ben sapendo che nessuna traduzione renderà mai quanto la versione originale, questo inno ufficiale dell’Athletic Bilbao, datato 1983, recita press’a poco così: “Athletic, Athletic, eup / Athletic rosso e bianco / per tutti sei nostro / perché sei nato dal popolo / ti ama il popolo”. Trovandosi davanti alla storia dell’Athletic di Bilbao sorge spontaneo il dubbio se abbia un senso provare a raccontare la genesi, il successivo sviluppo e l’affermazione di un mito, o se sia maggiormente proficuo invogliare chiunque desideri saperne di più sull’argomento a provare ad immergersi da sé nel magico mondo biancorosso. Ma tant’è siamo qui e allora proviamo a regalare una piccola idea di ciò che rappresenta questo antico club calcistico non solo per il popolo di cui costituisce l’orgoglio, ma anche per l’intera storia del football  spagnolo e mondiale. Il nome, anzitutto. Athletic si scrive con la “h” all’inglese. Questo perché i baschi, nell’amare e tramandare la propria storia e le proprie tradizioni, hanno imparato in secoli di vita del proprio popolo ad amare e rispettare la storia e le tradizioni in senso più generale. E se alcuni cittadini inglesi di stanza nella città andalusa di Huelva  fondano nel 1889 lo Huelva Recreation Club (divenuto in seguito Real Club Recreativo de Huelva, il più antico sodalizio calcistico spagnolo), sono ancora dei loro connazionali, storicamente, a tenere in qualche modo a battesimo il club biancorosso. Nel XIX secolo, infatti, i territori baschi, in particolare la provincia di Biscaglia, sono popolati da un gran numero di cittadini britannici, spesso impegnati stabilmente come tecnici nelle miniere di ferro o di passaggio in qualità di marinai nel porto di Bilbao. A loro si deve l’introduzione del football nei territori di Euskal Herria, territori in realtà già maturi per la novità anche per merito dei figli di molti esponenti della borghesia locale, mandati all’epoca a studiare proprio in Inghilterra e tornati a casa con quello sport nella mente e nel cuore. Documenti ufficiali narrano di un primo incontro di calcio disputatosi tra inglesi e bilbaini il 3 Maggio del 1894 a Las Arenas, alle porte di Bilbao. Per la cronaca la sfida si conclude con una netta vittoria dei sudditi di sua maestà, ma il seme della passione per la palla che rotola è stato ormai irrimediabilmente seminato tra i baschi.

 

"Pichichi", probabilmente il più famoso giocatore di tutti i tempi dell'Athletic Club.

 Nel 1898 un pugno di appassionati fonda l’Athletic Bilbao. Probabilmente si tratta di soli cittadini baschi, ma l’omaggio alla Gran Bretagna è evidente nel nome prescelto. Un nome che resiste ancora oggi, con la sola eccezione del periodo nero (per tutta la Spagna e per i territori baschi in particolare) della dittatura franchista, nel quale ogni termine straniero viene “castiglianizzato”, con Athletic che diviene Atlético (un po’ come avviene in Italia ai tempi del fascismo, allorché il Genoa, ad esempio, diviene Genova). Periodo, questo, che rafforza nei baschi l’amore non solo, già grande, per la propria terra, ma anche per l’originaria denominazione della squadra di calcio che ne è espressione. Il nome viene dunque scelto subito dai padri fondatori. Non altrettanto si può dire delle norme che regolamentano la vita del club. La lacuna, però, viene colmata assai presto. Nel 1900 nasce infatti il Bilbao F.C., avversario dell’Athletic e fondato da baschi ed inglesi. La neonata creatura si dota subito di uno statuto ed allora anche i soci del club biancorosso decidono di fare altrettanto. Nel 1901, presso il Café Garcia, una commissione composta da Josè Maria Barquin, Juan Astorquia e Enrique Goiri si occupa della redazione del documento. I soci fondatori, alcuni anche giocatori, sono ufficialmente 33 e tutti si impegnano, all’inizio, a versare una quota mensile di 2 pesetas più il canone necessario ad affittare, in società con i “cugini” del Bilbao F.C.,  alcuni terreni da utilizzare come campi di allenamento. I primi elementi caratterizzanti della storia dell’Athletic iniziano ad essere evidenti. Al contrario di quanto accaduto in precedenza per il Recreativo Huelva, fondato come detto da cittadini britannici, il club biancorosso nasce unicamente dalla passione di sportivi baschi. Questo non significa che nell’Athletic non ci sia spazio per gli stranieri. Al contrario, nei primi anni di vita vestono la casacca del neonato sodalizio, inevitabilmente, parecchi atleti inglesi, autentici maestri del football. Ed il fatto incide assai positivamente sui risultati sportivi. Il primo trofeo, la Coppa dell’Incoronazione, arriva nel 1902, ma a vincerlo è in realtà una formazione mista Athletic Bilbao-Bilbao F.C. che prende il nome di Team Bizcaya. L’anno successivo, però, il Bilbao F.C. si scioglie e la sua linfa vitale, fatta di entusiasmo ed orgoglio basco, va a rinforzare ulteriormente l’Athletic. Muore così il Team Bizcaya ma nasce un club biancorosso ancora più forte. Il successo registrato sia in termini di interesse suscitato che di adesione tra i partecipanti spinge i club attivi in Spagna all’inizio del 1900 a dare continuità al torneo di cui sopra, che diviene una sorta di antenato di quella che molti anni dopo diverrà la Coppa del Re. E nel 1911 accade il fatto che gli storici pongono alla base dello spirito autarchico che ancora oggi caratterizza il sodalizio bilbaino. Le regole dell’epoca stabiliscono che si possano schierare atleti stranieri a patto che questi ultimi risiedano da almeno 6 mesi in Spagna. L’Athletic si affida ad un tecnico, Sheperd, e due atleti, Martin e Sloop, britannici. Dopo le prime partite vinte dai biancorossi, alcuni club rivali fanno ricorso, sostenendo che i due calciatori in questione non hanno i requisiti necessari al tesseramento. Il titolo vinto alla fine dai baschi viene revocato e riassegnato diverse volte, fino a che i responsabili dell’Athletic decidono di rinunciare definitivamente all’apporto di calciatori stranieri. Dal 1913 la formazione risulta composta da soli giocatori originari di Euskal Herria. La scelta, sul momento, ha probabilmente il solo scopo di evitare ulteriori future contestazioni.

 

Iribar, numero uno da leggenda.

In seguito, però, l’autarchia assume le forme di un vero e proprio “dogma” che resiste ancora oggi. Tanto che nel tempo prende vita una norma non scritta in merito al fatto che la maglia dell’Athletic possa essere vestita solo da due tipi di atleti. In primo luogo sono “ammessi” calciatori nati in una delle sette provincie basche, ovvero Biscaglia, Guipùzcoa, Alava, Navarra, Bassa Navarra, Labourd e Soule. Poi possono essere reclutati giovani che, pur non essendo nati in Euskal Herria, abbiano compiuto la proverbiale trafila delle squadre giovanili del club. Per amore di precisione va comunque detto che gli esempi di giocatori appartenenti alla seconda categoria sono assai rari nella storia della compagine bilbaina. In ogni caso, comunque, quella che, ribadiamo, è una regola non scritta continua, ad oggi, ad essere seguita e rispettata in maniera ferrea. Così come, nel tempo, sopravvive e si rafforza il concetto della moltitudine di soci che sostanzialmente governano il club democraticamente ed eleggono un presidente con compiti esecutivi. Unica differenza maturata nel tempo: si passa dai non numerosissimi soci dei primi anni alle migliaia di oggi. E poi c’è la storia, una storia che sorride. Quando nel 1928 si disputa il primo vero campionato di calcio spagnolo (vinto dal Barcellona), l’Athletic custodisce già nella propria bacheca ben dieci coppe nazionali e soltanto un anno più tardi conosce la gioia di aggiudicarsi anche la nuova competizione. Quindi, con il passare degli anni nasce e si radica l’abitudine  da parte dei tifosi bilbaini di festeggiare le vittorie dei propri beniamini facendo sfilare questi ultimi a bordo di una “gabarra”, una zattera utilizzata per il trasporto di materiali, lungo le “rias”, una sorta di fiordi locali. Del resto la comunione d’intenti  tra calciatori e supporters biancorossi è ed è sempre stata fortissima. Già, perché se nel calcio moderno gli esempi di atleti che indossano la maglia della propria città sono assai rari, per l’Athletic questa è la norma. Il fatto di pescare per la prima squadra tra uomini nati e/o cresciuti nei territori baschi consente, infatti, di mandare in campo giocatori che si identificano con la casacca che portano addosso e che condividono tra loro e con coloro che popolano gli spalti durante gli incontri l’amore per il club. In campo vanno dunque autentici talenti/tifosi ed anche in questo elemento risiede la grandezza del sodalizio biscaglino. Una grandezza che affonda le proprie radici anche nel fatto che l’Athletic diviene nel tempo una sorta di totem attorno al quale si riuniscono nemmeno troppo simbolicamente i baschi. Non è un caso se durante il periodo del “franchismo”, nel quale gli stessi baschi subiscono una violenta repressione da parte della dittatura spagnola, durante gli incontri dei biancorossi sventola spesso sugli spalti l’ikurrina, ovvero la bandiera bianco-rosso-verde simbolo proprio dei territori baschi (simbolo mai riconosciuto da Franco). L’Athletic è dunque tutto questo. E molto altro. E’, intanto, una squadra che negli oltre 100 anni di storia raramente ha visto partire i propri migliori atleti alla volta di compagini maggiormente blasonate. Questo perché chi raggiunge la prima squadra si sente quasi sempre “arrivato” e non desidera altro dal punto di vista professionale. Sembra strano da credere, ma storicamente coloro che hanno lasciato il sodalizio per lidi più prestigiosi lo hanno fatto con le lacrime agli occhi e con il solo scopo di permettere alla società di incamerare discrete somme di denaro utili a superare momenti economicamente difficili. Emblematico è, tra tutti, il caso del difensore Alkorta, nazionale spagnolo, che negli anni ’90 passa al Real Madrid per poi tornare a vestire la casacca del club di origine a fine carriera. Questo anche per esaudire un desiderio del padre, gravemente ammalato, che aveva chiesto di rivedere il figlio scendere in campo con la maglia biancorossa. Gli esempi di calciatori che nel tempo hanno chiesto di essere ceduti per potersi realizzare maggiormente su altre piazze, del resto, si contano, dalla data di fondazione ad oggi, sulle dita di una mano. Ed in tutti i casi tali calciatori sono stati accontentati assai velocemente. Nessuno, del resto, deve sentirsi obbligato a vestire la maglia del club bilbaino. Ma per produrre con grande continuità talenti occorre avere un fertile settore giovanile. Uno slogan creato dai tifosi dell’Athletic recita:”Ellos tienen la cartera, nosotros la cantera!”, ovvero “Loro hanno il portafoglio, noi il vivaio!”, con evidente riferimento a club che spendono fior di milioni nell’acquisto di uomini svezzati da altri club. Ebbene, l’Athletic non ha mai stanziato cifre rilevanti nell’acquisto di giocatori già formati (fanno eccezione un paio di casi, rimasti peraltro isolati in oltre un secolo di storia e collocabili, comunque, in periodi caratterizzati da gestioni societarie non particolarmente lungimiranti). Al contrario, il club ha costantemente effettuato investimenti anche ingenti nella creazione (prima) e nello sviluppo (in seguito) del settore giovanile. Settore giovanile il cui simbolo e cuore pulsante è il centro di Santa Maria de Lezama, o più semplicemente Lezama. Il centro, che prende il nome da un ex-campione del sodalizio biscaglino, viene costruito a partire dal 1969 ed inizia a funzionare nel 1971. Nel centro, gradualmente, si trasferiscono la prima squadra, che ancora oggi lì si allena, e tutte le compagini giovanili. A Lezama, dunque, i giovani studiano, si formano umanamente e sportivamente, seguiti da allenatori di straordinarie capacità tecniche e didattiche, sempre avendo davanti agli occhi i propri beniamini, i calciatori della squadra “A”. Gli atleti in erba percorrono quindi la propria strada senza perdere mai di vista l’obiettivo da raggiungere, anche a costo di duri sacrifici: l’approdo alla casacca biancorossa. Dall’esperienza del centro di Lezama, secondo come anzianità solo alla struttura analoga costruita dallo Sporting Gijon nella città delle Asturie, prendono nel tempo esempio, tra l’altro, un po’ tutti i club spagnoli, che costruiscono e sviluppano via via una propria “cantera” (letteralmente “miniera”) organizzata, per quanto possibile, in maniera simile a quella che sforna talenti a Lezama.

 

Julen Guerrero, uno dei tanti prodotti del centro tecnico di Lezama.

I risultati raggiunti dal settore giovanile dell’Athletic, però, sono assolutamente unici, specie se si pensa che il club biancorosso non è mai retrocesso in seconda divisione, al pari dei soli Real Madrid e Barcellona e che, al contrario dei due club citati, ha sempre schierato formazioni composte, per almeno l’80%, da atleti usciti dal vivaio. La politica autarchica, dunque, sebbene all’inizio sia stata seguita probabilmente più che altro per motivi pratici (in passato era più facile cercare talenti vicino a casa che andare a reperirli lontano), in seguito, assunta la fisionomia della regola quasi dogmatica, ha saputo dare i propri frutti anche in anni a noi più vicini, caratterizzati sempre più da un mercato dei calciatori globalizzato. Tanto che coloro che, per la prima volta, si avvicinano alla storia ed alle tradizioni dell’Athletic hanno la netta impressione di trovarsi di fronte ad un esempio di calcio assolutamente fuori dal tempo. A rafforzare tale sensazione, ad esempio, contribuisce anche il fatto che solo in occasione della stagione 2008/2009 la società ha fatto ricorso al cosiddetto “sponsor” sulla maglie da gioco. E la scelta, è bene dirlo, ha comportato polemiche e discussioni infinite tra soci e sostenitori del club. La decisione, del resto, è stata presa solo ed unicamente nell’interesse del sodalizio, che dal punto di vista economico si è trovato di fronte, sostanzialmente, ad un bivio che, in alternativa, avrebbe portato verso un futuro pieno di difficoltà finanziarie. In ogni caso va precisato che l’azienda che ha attualmente l’onore di veder comparire il proprio marchio sulle “camisetas rojiblancos” , la Petronor, è basca.

 

Stagione 2008/2009, l'anno della svolta: l'Athletic inserisce uno sponsor sulla "camiseta" biancorossa.

Oltre cento anni di storia, tradizioni e valori conservati e tramandati con amore e coerenza incredibili, dunque. Ed un vero e proprio tempio a fare da sfondo alle gesta dei campioni biancorossi. Solo così può infatti essere definito il San Mames, stadio dalla struttura assai vicina a quella degli stadi inglesi vecchia maniera, capace di costruire, anche per via della vicinanza degli spalti al terreno di gioco, una sorta di contatto strettissimo tra giocatori e tifosi. A conferma di ciò più di tutto valgono le parole di coloro che hanno avuto la possibilità di giocare in quella “Catedral” da avversari e che sostengono di non riuscire a dimenticare, anche a distanza di decenni, quella sorta di onda travolgente fatta di cori e di bandiere, capace di paralizzare letteralmente anche atleti esperti e scafati. Un tifo acceso e rumoroso, dunque, ma mai sopra le righe. Tanto che non sono stati infrequenti gli esempi di squadre avversarie protagoniste al San Mames di prestazioni tutto cuore salutate a fine gara dagli applausi convinti di tutto lo stadio. Passione, dunque, ma anche cultura sportiva. E non potrebbe accadere diversamente per tutti coloro che si accomodano sulla tribune di un impianto che trasuda storia in ogni angolo. La costruzione del San Mames, infatti, risale addirittura al 1913 ed il progetto originario porta la firma dell’architetto Manuel Maria Smith. Nelle vicinanze del terreno scelto per la costruzione sorge all’epoca un monastero consacrato ad un santo bambino, appunto San Mames. La bibliografia cristiana narra che Mames fosse stato dato in pasto ai leoni dai romani, ma che quegli stessi leoni, seppur affamati, avessero rifiutato di mangiare il piccolo. Il neonato impianto prende quindi il nome da quel  santo che, in Italia, viene venerato con il nome di Mamante.

 

Una veduta interna del San Mames.

L’inaugurazione ha luogo il 21 Agosto dello stesso 1913 e la prima rete messa a sego nel nuovo impianto porta la firma di uno degli atleti più leggendari dell’intera storia del club. Si tratta di Rafael Moreno Aranzadi detto “Pichichi”. Bilbaino “purosangue”, Pichichi nasce nel 1892 da famiglia benestante , e si appassiona presto al calcio. Ha grande talento, del resto, ed è molto veloce anche grazie ad un fisico piuttosto agile che gli premette di primeggiare anche nel lancio del giavellotto. Viene tesserato giovanissimo dall’Athletic, con la cui casacca conquista diversi trofei e mette a segno un gran numero di reti. A 29 anni si ritira e si dedica alla carriera di arbitro. Nel 1922, però, si ammala di tifo e muore. Nel 1953 il settimanale spagnolo “Marca” decide di intitolare a Rafael il premio assegnato al capocannoniere della Liga, che da quell’anno prende, appunto, il nome di “Pichichi”. Dal 1926, in una sala interna del San Mames, fa bella mostra di sé una statua dell’attaccante, alla quale, prima di ogni incontro casalingo dei biancorossi, gli atleti della squadra ospite rendono ancora oggi omaggio. Pichichi, dunque, ma non solo. Il piccolo attaccante rappresenta in realtà solo la classica punta di quell’iceberg idealmente composto da tutti i talenti che, nel tempo, hanno indossato la casacca a strisce. Tra questi i nomi da ricordare sarebbero decine, forse centinaia. I mitici portieri Iribar, Lezama e Zubizarreta, il difensore Goikoetxea, il centrocampista Guerrero, gli attaccanti Zarra e Gorrostiza costituiscono dunque solo un minuscolo esempio di beniamini del pubblico del San Mames.

 

Il bomber Zarra ed il gol, un matrimonio... indissolubile.

Sarebbe del resto ingeneroso raccontare sommariamente, in questa sede, la storia di alcuni di quegli atleti, trascurando le gesta di altri. Così come risulterebbe impossibile riportare la cronaca delle innumerevoli vittorie conquistate sul campo dall’Athletic. A scopo unicamente statistico, però, è opportuno ricordare che, ad oggi, nella bacheca del club figurano 8 Titoli Nazionali, 23 Coppe di Spagna, 1 Supercoppa di Spagna, oltre alla partecipazione  a 4 Coppe dei Campioni, 16 Coppe Uefa, 2 Coppe delle Coppe ed 1 Coppa Intertoto. Tra i calciatori che hanno vestito la maglia del sodalizio biancorosso, in sei hanno conquistato lo scettro di capocannoniere (Guillermo Gorostiza 2 volte, Bata, Victor Unamuno, Fidel Uriarte e Carlos 1 volta, Zarra 6 volte), mentre quattro sono stati eletti miglior portiere del campionato (Gregorio Blasco 3 volte, Josè Maria Echevarrìa, Raimundo Perez Lezama e Josè Angel Iribar 1 volta).

Oltre cento anni di storia, un’infinità di aneddoti, tante curiosità. Tra queste ultime ci pare che due meritino in particolare di essere citate. La prima è legata a William Garbutt, tecnico inglese ben conosciuto a Genova per aver guidato in due diversi periodi il Genoa. Ebbene, mister Garbutt, nella propria carriera, ha avuto l’onore di guidare anche l’Athletic Bilbao, del quale storicamente assume la guida tecnica nel 1936. Il secondo episodio, infine, è legato ancora ad un nome conosciuto, quello di Bixente Lizarazu. Terzino sinistro di valore internazionale, Lizarazu è stato per anni titolare della nazionale francese a cavallo tra gli anni ’90 e  gli anni 2000. E proprio Lizarazu, a dispetto della nazionalità transalpina, costituisce l’unico esempio di calciatore francese ad aver indossato la casacca dell’Athletic. Questo per un motivo in realtà semplice: i territori baschi si estendono in realtà oltre i confini spagnoli e si spingono proprio all’interno dei confini della Francia. Bixente, dunque, è francese ma anche basco. Per questo motivo il suo tesseramento non ha configurato una violazione della norma autarchica non scritta di cui a lungo abbiamo argomentato.

 

I tifosi biancorossi in... "processione" verso il San Mames.

Per concludere, ribadendo quanto affermato qualche… pagina indietro, il dubbio circa l’opportunità di riassumere in poche pagine una storia importante ed unica come quella dell’Athletic Bilbao ci ha attanagliato per giorni. Se questa pur sintetica ed incompleta trattazione ha però avuto l’effetto di stimolare in qualcuno la voglia di approfondire le proprie conoscenze in merito al club biancorosso… beh, allora crediamo proprio di aver fatto la scelta giusta! Per tutti coloro che desiderano intraprendere un percorso più lungo ed affascinante all’interno dell’universo-Athletic indichiamo di seguito due splendidi testi ed un paio di indirizzi internet utili allo scopo:

-          “Athletic 100. Conversaciones en la Catedral” – AA.VV. – El Paìs Aguilar – Madrid 1998

-          “L’ultimo baluardo. Il calcio schietto dell’Athletic Bilbao” – Simone Bertelegni – Limina 2006

-          www.athletic-club.net

-          www.aupaathletic.com

Buon viaggio a tutti!